
Il valore salvifico della poesia, l’assillo del pensiero dominante, quello della morte appunto, possono dunque ben collocare Lorenzo Calogero sulla scia di Leopardi.
La morte sul cui virgineo seno Leopardi sognava di poggiare il capo, è per il poeta di Melicuccà “la non amante amata che m’ama ancora”. Ed egli concluderà con il suicidio l’aspirazione costante ad incontrarla.
L’ombra della morte è visibile in tutte le sue raccolte poetiche da Poco suono a Perpendicolarmente a vuoto a I quaderni di Villa Nuccia.
Ma c’è un altro elemento a legare i due ambiti poetici, la cosmicità, l’oltre il mondo materiale, la sete di infinito ed invisibile.
Il tema della morte è
centrale specie ne I quaderni di Villa Nuccia:
“Lo
sussurravano, lo bisbigliavano talvolta i morti
in una
luce che li abbaglia.”
Qui l’accostamento della morte
alla luce è davvero straordinario e così rapido da lasciare senza
fiato.
Oppure: “Com’è dolce e lieve il cielo dei
morti”.
Vicino al suo corpo il 25 marzo del ’61 viene trovato Inno alla morte, che è forse la sua ultima composizione.
Il pensiero della
morte, esplorato per Leopardi da Emanuele Severino e da Antonio
Prete, sembra aver contagiato il poeta di Melicuccà.
Pensiero
della fragilità dell’essere, del suo essere per il nulla che
determina in Leopardi la stupenda sinfonia de Il coro dei
morti ed Il canto del gallo silvestre, dove
il gallo annuncia il risveglio come una tappa della non vita.
Ci
sarà un momento, dice Leopardi, in cui potrete non svegliarvi più.
Ma lo straordinario
paradosso sta nella cosmicità, nella pienezza
dell’essere che si dilata a tutte le vite che possiamo immaginare o
cogliere nel creato, pur nella puntualità e nella condizione
transitoria dell’esistenza.
L’infinito della finitudine.
Come nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, in
questo modo può riassumersi in Leopardi il sentimento così insolito
ed estremo dell’infinito.
Calogero ne è l’interprete
epigonale.
Le poesie a cui
egli dedicò l’intera esistenza in una serie di raccolte:
Poco suono, Parole del tempo, Ma questo…, Perpendicolarmente a
vuoto, Come in dittici, I quaderni di Villa Nuccia, furono
rifiutate nei diversi tentativi da lui fatti, da Carlo Betocchi che
non ne pubblicò mai nessuna sulla rivista letteraria Frontespizio,
e poi da Einaudi.
Solo Sinisgalli ne comprese il valore e
propose la pubblicazione presso Lerici, uscita postuma.
La vicenda umana, grama
e dura di Calogero ricorda molto l’esistenza storica di Leopardi
nel natio borgo selvaggio.
L’eredità di Leopardi è più
forte in lui che nei poeti ermetici. Mi riferisco soprattutto a
Ungaretti e Montale. Essi contraggono nell’analogia l’idillio ma
non hanno il senso del dolore e della morte come Calogero.
L’essere e il
nulla titolava la sua lettura di Leopardi Emanuele
Severino, di recente scomparso.
La sua ricerca dell’essere
presuppone in Leopardi e ne è documento La ginestra, una
nuova soggettività come afferma anche Toni Negri in un breve tratto
dell’Anomalia selvaggia.
Questa soggettività è
proprio quella della pienezza dell’essere, della sua dilatazione al
creato, come accade anche in Calogero.
Rigoni sostiene proprio
su questo punto la vicinanza di Leopardi a Nietzsche.
Dal mare
rovinoso
poco suono giunge al mio orecchio assorto
ad
ascoltare l’eterno
che come un angelo passa.
La definizione di misticismo usata da Antonio Prete per Leopardi potrebbe a ragione essere estesa a Calogero.
Secondo Prete, il silenzio di Pascal si ritrova nell’Infinito, ma Calogero non è da meno.
Come l’Infinito
appare l’esperienza mistica del razionalista Leopardi, così lo è
l’angelo del poeta di Melicuccà.
Un misticismo razionale che
protrae nel Novecento la grande esperienza poetica del recanatese.
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