Confesso
che aspettavo questo libro,
Il mondo visto da sotto, di
Walter Pedullà, edito da Rubbettino ed apparso or ora. Lo aspettavo
come si aspetta chi potrebbe risolverti i dubbi, aprirti una
speranza, alzare una bandiera, segnare un percorso. Lo aspettavo ora
che le nebbie di Avalon hanno del tutto avvolto le generose
generazioni dei meridionalisti, i Dorso, i Salvemini, consacrandone
la gloria, il mito ma anche il definitivo tramonto come efficaci
operatori nella storia a venire. Così la questione meridionale
ritorna ma per sparire definitivamente come il dio della soluzione
tragica che appariva agli occhi dello stupefatto spettatore, per
spiegargli il destino dei personaggi ma per non riapparire mai più.
E si capisce perché. Pedullà lo dice a chiare lettere. La
globalizzazione ha rivelato un Sud dopo il Sud ed un altro ancora ed
ancora in maniera ineluttabilmente infinita. Ma
chi è Pedullà? Professore emerito di letteratura italiana alla
Sapienza, è uomo del Sud intento a raccogliere ma solo in
apparenza, i saggi composti sulla letteratura meridionale in
sessant'anni di militanza critica giacché è stato collaboratore del
Messaggero, del Mattino e di numerose riviste specialistiche e non. Solo in apparenza dicevo, giacché innanzitutto il testo appare un
gigantesco pantheon delle glorie meridionali, da Pirandello ad
Alvaro, da Lampedusa a Sciascia. Le glorie sono anche avanguardie che
hanno sperimentato nuovi ed incisivi linguaggi mescolando
scomponendo. Ma la
cosa importante è un'altra. Il
mondo è visto con umorismo con un sottile sorriso in Pirandello ma è
tragico in Calabria. Lì nei racconti di Alvaro, Melusina è un
ritratto tragico appunto. La prosa di Pedullà è veloce ed ha al suo
interno una lieve nota di umorismo ma prevale la gravitas. La
velocità cattura la mutevolezza tragica degli eventi, della
condizione meridionale. Ed allora si comprende. La questione
meridionale è morta ma anche risorta. Si è velocemente trasformata.
Non nel senso che è divenuta settentrionale ma nel senso più
profondo che si è dilatata immensamente. Essa ormai denuncia la
tragedia di una disuguaglianza senza pari. Il capitalismo aveva
dentro di sé la disuguaglianza nel senso che i profitti veniva
interamente assorbiti da una classe egemone ma ora che la crisi è
divenuta globale accade che le perdite non sono assorbite dalla
stessa classe ma ricadono sulle masse globali sicché i ricchi
divengono sempre più ricchi mentre la disuguaglianza si accentua
fino alle formule che vediamo oggi, emigrazione imponente di interi
popoli. La crisi dell'Europa è crisi strutturale e gigantesca. La
questione meridionale ci aiuta a comprenderlo dato che Meridione è
ormai tre quarti del globo.
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