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Boccioni, autoritratto Courtesy of Wikipedia |
di Carmelina Sicari - direttrice Calabria Sconosciuta
È
l'anniversario della morte di Umberto Boccioni, mio concittadino per
caso come ricorda una via quasi dimenticata verso il lungomare a
Reggio Calabria e un istituto scolastico. A Reggio
Calabria era nato nel 1882. La
bizzarria della sua nascita in un posto così lontano e sperduto e
decentrato rispetto alla vita da dandy
di cui Boccioni diventerà sacerdote più che icona a Parigi,
risponde alla bizzarria della sua morte per una caduta da cavallo nell'agosto del 1916, quasi cento anni fa in quel di Verona.
Il
destino si diverte a tessere simmetrie improbabili. Commemorare la
data della sua morte significa riconoscerne il valore non solo
storico di antesignano del futurismo, di esperto delle mutazioni di
quella che chiamiamo belle
èpoque, e questo è
affare di critici e storici, ma sopratutto per i lettori, i
consumatori della sua arte, gli stupiti spettatori delle sue mirabili
rappresentazioni, significa comunicare le emozioni che il nuovo corso
da lui inaugurato suscitano. Colori intensi, bagliori, esplodono
sulla tela, soprattutto il blu e il rosso. Non intendevo addentrarmi
nel discorso delle avanguardie letterarie e pittoriche insieme e mi
rendo conto che sto facendo uso di ampie preterizioni, ma
indubbiamente Boccioni, autore del Manifesto sul futurismo del 1910,
aveva fatte proprie alcune idee fondanti delle avanguardie europee
dell'epoca, l'idea della necessità di rinnovare il linguaggio
poetico e pittorico, l'idea della trasgressione rispetto alla
tradizione. Era stato allievo di Giacomo Balla (1871-1958) e ne
aveva assorbito i principi del divisionismo. Ma chi gli ha insegnato
le vibrazioni del colore, gli archetipi simbolici del colore stesso?
Chi gli ha insegnato la rivoluzione operata ne
La città che sale?
Il blu è un colore il cui significato simbolico è la
spiritualità. Al contrario il rosso esprime la materialità
violenta. Due archetipi che si incrociano costantemente, si
sovrappongono si accavallano nell'opera di Boccioni anche nella
rappresentazione delle icone del tempo, i cappellini rossi delle
donne, il tramonto, la ferrovia, la velocità.
Arthur
Rimbaud in maniera altrettanto ardita, aveva analizzato le
associazioni dei colori connessi a Les
voyelles, le
vocali. Ma qui, in Boccioni, ai colori vengono associati interi mondi
inelencabili, inesplicabili, di cui sulla tela vengono raggrumati
esemplari unici in volti, in momenti. Il mondo, anzi i mondi spiegati
con due colori intensi che trovano echi anche musicali.
Le
avanguardie di fine ottocento avevano molto insistito sulle
sinestesie, sulla coniugazioni di interi settori artistici, musica e
colore, odore e gusto.
Umberto
Boccioni è un grande allievo della tradizione nel momento che la
sconfessa e la tradisce. Ed egli parte per la guerra, come Balla
d'altra parte. Deve rappresentare il mito della vita come arte e
dell'arte che è vita. Egli sa che si deve vivere intensamente e lo
ha appreso dagli Sturmer, l'altra avanguardia dello
Sturm und drang,
conosce l'importanza della gioventù nel rinnovamento.
Boccioni
rappresenta l'incrocio di tradizione ed innovazione e di quanto possa
l'arte unita alla passione, al sentimento alla convinzione profonda
di una missione da compiere. L'arte, potrebbe essere questa la summa
conclusiva, solo può spiegare la vita. Una frase incisa nel
cornicione al teatro Cilea di Reggio Calabria, ora perduta,
distrutta, come tutto, diceva: “L'arte rivela ai cuori quello che
nessuna scienza può rivelare alle menti”.
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