Per il Magna Graecia Teatro Festival. Una riflessione in versi di Franco Pedatella


Per il Magna Graecia Teatro Festival Calabria
di Franco Pedatella

Invitato dal dott. Armando Pagliaro, dirigente regionale presso l’Assessorato alla Cultura  ed ai Beni Culturali, ad assistere agli spettacoli programmati per il Magna Graecia Teatro Festival Calabria 2011 presso alcuni siti archeologici della nostra regione, ho partecipato,  per quanto mi hanno consentito le mie necessità ed i miei impegni, ad alcuni di questi spettacoli, che ho trovato interessanti e significativi per gli echi mitologici che vi si riverberavano, soprattutto per la nostra terra e la nostra storia millenaria. Allora mi sono ripromesso di dedicare a questa edizione delle manifestazioni alcune mie riflessioni in versi, perché ho ritenuto l’argomento degno di un linguaggio più sostenuto, qual è quello della poesia. Ho promesso al dott. Pagliaro che gli avrei fatto avere il testo per ringraziarlo della cortesia dell’invito e per pregarlo di farlo avere agli uffici dell’On.le Assessorato e all’Assessore medesimo, nonché al Presidente ed agli uffici della Giunta e del Consiglio della Regione Calabria come attestato di ringraziamento di un cittadino calabrese che vuole esprimere il proprio apprezzamento per un lavoro indirizzato alla riscoperta della nostra storia e della nostra cultura in funzione di una crescita futura basata sulle nostre radici.


Tra le superbe mura dei tuoi templi
ho udito il pianto antico, Roccelletta,
che dei millenni il limite ha varcato
e giunto è a me traverso eco potente

di quel dolor  ch’eguale si ripete
di donne che han perduto sposo e figli,
la patria, tutto, il genitor canuto,
perfin la fedeltà di spose fide

ad insolente vincitor donate,
prono trofeo di simposìaca mostra
pronto ad obbedire all’insolenza
gratuita di padrona cruda e rozza.

L’Egeo quel pianto attraversò e il monte
e l’Jonio e quivi giunse e fêssi canto
posandosi sui lidi di Calabria,
ove di antichi riti s’ode l’eco.

Sì, le Troiane ho udito e il grande scempio
che d’Ilio fêr, del rege e dei suoi figli
e dei nipoti e dell’ilìache donne
gli Achei spergiuri e come al suol gittâro

l’altere torri che s’ergean giganti
al ciel quasi a sfidar l’etereo ombrello,
le mura della reggia, le are ornate
cui s’abbracciâr le spose disperate

che sposo e figli visti avean trafitti.
Violate  chiome verginali ho visto
sotto il pietoso sguardo degli dèi
cui le fanciulle in prece nude braccia

inermi al ciel levavan per aiuto
invano, ahimè, ché decision fatale
atro silenzio avea deliberato
là ove impero e vita avean regnato

e fulvi campi avean ratti cavalli
nutrito e ferme braccia avean domati
al suono dei vagiti di bambini
ch’ai padri in armi il cambio avrebber dato.

Ecuba vidi e udito ho inconsolabile
il pianto che agli dèi amaro parve
sί che gli Atridi, Aiace e il Laerzίade
il fianco offeso n’ebbero al ritorno,

ove gli scogli, l’onda , spose e figli,
gli dèi, familiari e cittadini,
in schiera avversa quasi federati,
presti gli offesi Numi vendicâro.

Lo spumeggiar del mar Egeo ho udito
che col respiro d’onde rumoroso
l’ira esprimeva ai Greci vincitori,
irrispettosi della vita sacra

che agli dèi appartiene e al Fato arcano
che nel segreto asconde dei mortali
del dì futuro sorte e accadimenti
fidàti solo alle nere Parche.

E tu, che al patrio suol tutto donasti,
l’armi, la vita, il figlio, l’alma sposa,
il padre, tu, che le troiane donne
del lungo peplo ornate, lagrimose

piansero qual parente o maggior frate,
Ettore, nel cui braccio unìca speme
era di libertà per l’alta Troia,
tu eri lì ad evocar gli eventi

che franser della tua città le mura,
quando con il cimiero all’oste in campo
tingevi di paura il volto e quando
esangue fosti tratto dal Pelίde,

trofeo di gloria e di vittoria infame
pei baldanzosi Achei e pei Troiani
lutto inconsolabile ed affanno
per la tua patria vinta e ormai perduta.

C’eri anche tu a piangere con loro,
mostrando le ferite e tumefatto
il volto un dί sereno e fonte certa
d’indomito valor pei tuoi compagni.

E poi la danza di Cassandra in ratto,
che presentiva d’Ilio la rovina,
nell’Abbazia Benedettina in agro
della cittade  di Lamezia Terme

vidi e proruppi in pianto e lagrimai
come se la vicenda angesse il cuore
e sotto gli occhi miei si ripetesse
viva e l’urbe innanzi a me ruinasse.

Ho visto pure Troia trasportata
nella Sicilia del Cinquantatré
del Millenovecento u’ del cavallo
doloso prese il posto la tivù,

anch’essa infernal macchina letale
che le coscienze addormenta e toglie
ogni diversa facoltà dell’uomo
e assopimento induce e assuefazione.

Poi vidi in moto il mondo plautino,
con le trovate, le bizzarre veci
di vita vera, d’uomini reali
che in scena portan riso, stizza e amore.

Il Truculentus era sulla scena
protagonista  di serata bella,
quando Fronesio intrighi combinava
e tutti qual esperto pescatore

mettéa nella sua rete: l’Ateniese
nobile e raffinato, il campagnolo,
pure il soldato che a Babilonia
avéa compiuto sue fanfaronate

e infine il rozzo servo Truculento,
che stizza e brighe avéa tenuto in campo
per trarre fuori d’ amoroso intrigo
il padroncin, ma ne divien prigione.

Davvero quest’estate la Calabria
rivive i miti della Grecia antica,
anzi ritorna ad esser Magna Graecia
e della vita ellenica è teatro.

Oh, possa tu, mia patria, ritornare
ad esser di Pitagora la terra,
di Nosside, dei vincitor d’Olimpia
e di esperienze di democrazia.

D’altri non dico, d’Ibico, Stesicoro,
di Filolao che intese l’armonia
principio unificante di contrarie
forze operanti  in campo contrapposte.

Dica il popol tuo chi governare
deve e l’ostracismo torni in uso
contro il potente che fa l’insolente
e vuole a turno far l’onnipotente.


Franco  Pedatella - Cleto, 2 settembre 2011

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