Senza pubblicisti niente Ordine dei giornalisti. Nella “Pallacorda del pubblicismo italiano” la rivolta di una categoria che rifiuta di essere relegata al ruolo di comparsa


TORINO – In occasione della ricorrenza del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, i giornalisti hanno voluto riunire a Torino il Consiglio nazionale e la Consulta dei presidenti e dei vice presidenti degli ordini regionali.
A margine delle riunioni ufficiali, il giornalista Ezio Ercole, vice presidente dell’Ordine dei giornalisti del Piemonte e consigliere nazionale Fnsi, ha voluto riunire in seduta permanente, nella “Pallacorda del pubblicismo italiano”, i colleghi che rappresentano i pubblicisti e che hanno firmato un documento d’intenti per il massimo coinvolgimento della categoria nelle problematiche e peculiarità del pubblicismo italiano. “L’occasione – ha esordito Ezio Ercole – è propizia per una seria riflessione sul nostro ruolo e sulla nostra capacità di passare da una fase di sostanziale stasi ed assuefazione, a una navigazione in mare aperto, evitando il piccolo cabotaggio e soprattutto le sirene ammaliatrici di un canto di cui conosciamo oramai tutte le dissonanze e stonature.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il tradimento dello spirito di Positano. Un legislatore disattento, superficiale, forse anche mal consigliato, ha licenziato, nella VII Commissione  in sede deliberante, un testo di una proposta di legge che modifica alcuni aspetti dell’ordinamento della professione di giornalista. Ma se i pubblicisti, nel consiglio nazionale del 29 marzo scorso, non si fossero immediatamente attivati e non si fosse addivenuto ad un chiaro documento licenziato nel consiglio nazionale straordinario dell’11 aprile, tutto sarebbe passato sotto silenzio.
La nuda realtà dei fatti – sottolinea il vice presidente dell’Odg piemontese – ci costringe a difenderci e ad attaccare; sì attaccare per riportare, sempre troppo tardi, il Pubblicista al rango che merita. Non vogliamo fare difese d’ufficio o, peggio, guardare al passato ed alla gloriosa storia di una pubblicistica italiana che non ha eguali al mondo. Vogliamo lavorare per difendere il giornalismo italiano dagli attacchi dei poteri  diffusi, palesi ed occulti, che non hanno mai amato la libertà di stampa ed i giornalisti non embedded. Ma per fare ciò dobbiamo pretendere chiarezza, innanzi tutto fra noi stessi.
E’ nostra intenzione aprire un canale diretto con gli oltre settantamila colleghi iscritti nell’elenco Pubblicisti, perché la circolazione delle informazioni e delle idee è, in questo momento, strategica. Potremmo, così, immediatamente rintuzzare tentativi maldestri di travisamento della realtà, che possono, però, farsi strada utilizzando la poca veicolazione delle informazioni e l’ignavia incolpevole di molti di noi”.
Alcuni esempi concreti: sul sito della Camera dei deputati figurano, accanto a interessanti spunti condivisibili (accesso con maggiori requisiti, laurea, aggiornamento professionale), inaccettabili subordinazioni dei pubblicisti a logiche che vanno al di là dello scandalo della rigida ripartizione numerica; infatti la filosofia che permea l’intero impianto è quella di ritenere il pubblicista massa di manovra che deve abbassare il capo già paga della “concessione” di essere inserita in un albo, con doveri e nessun diritto.
Ma il legislatore ha tutti gli elementi per poter padroneggiare una materia certamente complessa? Ha avuto la possibilità di informarsi in modo autonomo, sentendo tutti i soggetti legittimati? Ha profuso uno sforzo di comprensione storica di un sistema che ha subìto molti correttivi “interni” mutando la pelle di parte della legge 63/69? Se, poi, aggiungiamo le aperte avversioni (ricordate importanti dirigenti nazionali della categoria che volevano prenderci a calci in…?) e, soprattutto, quelle nascoste, le più temibili, il quadro appare chiaro. Ma chiara e risolutiva deve essere la nostra risposta.
Dobbiamo prendere in mano il nostro destino ed essere propositivi: all’interno della categoria ed all’esterno, con le istituzioni, ma anche nel tessuto sociale del Paese. Troppi ancora confondono (anche persone di cultura) pubblicista con pubblicitario (spassoso, nella sua icastica tragicità, l’avviso all’esterno di uno stabile che vietava l’ingresso al condominio ai mendicanti e pubblicisti…), ma siamo noi che dobbiamo pretendere che un po’ delle nostre numerosissime quote siano dedicate ad una campagna di informazione sulla categoria, tutta, professionisti e pubblicisti. Vorreste farvi operare da un chirurgo così? (immagine con il medico che al posto del bisturi brandisce uno scalpello). Mutatis mutandis, vorreste che a dare le notizie siano soggetti pressapochisti, inculturati, faziosi, senza principi, in una parola senza diligenza professionale?
Il complesso della società tiene se tutte le parti lavorano o almeno tendano a lavorare in armonia, come Menenio Agrippa ci insegna con la metafora del corpo umano. Noi pubblicisti dobbiamo far conoscere la nostra peculiarità: senza i pubblicisti i quotidiani non uscirebbero in edicola. Senza i pubblicisti l’informazione sarebbe più che dimezzata, venendo meno le sentinelle sparse sul territorio, nella meravigliosa italiana dei mille campanili e di tutte quelle nuove realtà che si affacciano alla nostra civiltà. Senza i pubblicisti non ci sarebbe l’Ordine dei giornalisti: un Ordine senza un polmone, ampio, ben irrorato, spugnoso, morirebbe in un batter di ciglia. Ecco perché qualche professionista illuminato ci sopporta. Per intelligenza e calcolo.
Ma non dobbiamo farci illusioni; alla luce degli ultimi accadimenti, e non, sarebbe stolido.
 Quindi, riprendiamoci il nostro ruolo. Primo con un’attenzione al legislatore. Sensibilizzando i molti pubblicisti che siedono sugli scranni di Camera e Senato. Esiste una associazione (Associazione parlamentare amici dei giornalisti pubblicisti), presieduta dall’ex deputato Giorgio Benvenuto e che vede come segretario “laico” il sottoscritto, Ezio Ercole: langue ma può essere rivitalizzata. 
Lavoriamo, quindi, attivamente con il legislatore, pretendendo, però, che siano i pubblicisti ad essere auditi, anche i pubblicisti, soprattutto i pubblicisti, Se stiamo solo alla finestra non conteremo mai nulla.
Dobbiamo essere antenne sensibili sul territorio: non si può ricevere una preziosa pubblicazione, “Il Chi e Dove dei giornalisti dell’Emilia Romagna” e vedere che il comma secondo dell’articolo uno della nostra legge, la 3 febbraio 1963 n.69 è stato completamente stravolto: sì, perché si riesce anche a cambiare la legge ed a dire che l’albo e composto “dai giornalisti e dai pubblicisti” (sic!). Refuso? Ma mi faccia il piacere, direbbe il grande Totò. 
Dobbiamo pretendere che i nostri contributi, regionali e nazionali, abbiamo una caduta anche per i pubblicisti.
Si parla di corsi di accesso: quante regioni li hanno attuati? I corsi di aggiornamento professionale, che tutti gli altri ordini, dai medici agli avvocati, promuovono e porgono ai loro iscritti con obbligo di frequenza pena la decadenza dal sodalizio, devono essere immediatamente attivati, per pubblicisti e professionisti. Lo scorso anno, a fine consiliatura (un caso), vi ricordate il convegno “I pubblicisti e le sfide dell’informazione”?  Non sono stati pubblicati nemmeno gli atti! E gli esempi si potrebbero moltiplicare.
Ecco perché – ha spiegato Ercole – con fatica, ma con grande soddisfazione, ho voluto riunire qui a Torino, complice la ricorrenza dei 150 anni dell’Unità d’Italia, tutti i vice presidenti (casualmente tutti pubblicisti, quando la legge non lo prescrive…), i consiglieri nazionali pubblicisti ed i professionisti illuminati per una vera e propria costituente, una Pallacorda dei pubblicisti che escono allo scoperto (giuramento della Pallacorda “serment du Jeu de Paume” giuramento pronunziato dai rappresentanti francesi del terzo Stato riunitisi nella sala della Pallacorda di Versailles il 20 giugno 1789) e vogliamo giocare una partita a tutto campo, con arbitri imparziali, pronti ad accettare una sconfitta ma solo se si è potuto giocare la partita”.
Fuor di metafora, ha concluso Ezio Ercole: “noi siamo assertori convinti di una riforma che aggiorni una legge di quasi 50 anni. Ma non vogliamo essere comprimari in una categoria dove siamo asse portante e troppo spesso, invece, trattati da comparse”.

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