di Gaetanina Sicari Ruffo

Non può che esserci una spiegazione: l'evento, che a livello di logica concretezza non può essere negato, ricompare sotto forma di congiura destabilizzante contro i poteri forti che, secondo l'ottica distorta di chi nega, fanno sempre il bene delle comunità. Significa avere i paraocchi e affermare di vedere quando si è assolutamente ciechi. Questo atteggiamento di superbia ed ancora una volta di sopraffazione contro l'evidenza dei fatti non nasconde un senso di confusione e di vergogna, forse giustificabile, ma semplicemente mistifica e altera il normale senso di ripulsa che si associa all'evento, in armonia con le contraffazioni diffuse nel nostro tempo. Da qui la necessità di stare in guardia e rintuzzare il tentativo di coprire gli orrendi misfatti con una marea d'oblio. Ed era stato pure previsto: Simon Wiesenthal, ch'era stato prigioniero nel campo di concentramento di Mathausen, ed era sopravvissuto, divenendo poi testimone cardine e cacciatore di nazisti che furono processati a Norimberga, raccontò in un libro: Gli assassini sono tra noi, edito da Garzanti nel 1970, che, mentre era ostaggio dei suoi carcerieri, prima della liberazione del '45, alla fine del '44, il suo custode lo aveva ammonito: Cosa pensa di raccontare agli Americani, se mai sopravvivrà, di quello che qui ha vissuto, se le chiedessero che cosa vi facevano? - Lui aveva preso tempo, perché ancora diffidente, dato che la sua vita era nelle mani dei suoi carnefici: - Ma – rispose timidamente, non so, direi la verità. -No, rispose il carceriere tedesco: - Stia pur tranquillo, non le crederebbero.
In Calabria c'è stato pure l'internamento di molti ebrei, secondo le leggi razziali del '38, nel distretto cosentino di Ferramonti di Tarsia. Non si è arrivati agli eccessi dei campi d'internamento tedeschi, ma sempre è stata una forma di segregazione, di perdita della libertà, di umiliazione, da condannare allo stesso modo, perché non abbia mai più a ripetersi.
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