No 'Ndrangheta. Il giornalista ambientalista Francesco Cirillo: "Perché non aderisco alla manifestazione del 25 settembre contro la ‘ndrangheta a Reggio Calabria"

Perché non aderisco alla manifestazione del 25 settembre contro la ‘ndrangheta a Reggio Calabria
di Francesco Cirillo
La ‘ndrangheta non è un entità astratta. Non è un corpo estraneo alla nostra società, alle nostre istituzioni, al nostro modo di vivere la quotidianità. La ‘ndrangheta non vive sulla Luna. La ‘ndrangheta è qui fra noi, vive con noi. E noi che viviamo in Calabria, che lavoriamo o cerchiamo di farlo, lo sappiamo benissimo, perché la vediamo. La manifestazione del 24 settembre è una manifestazione di  appoggio alle istituzioni che lottano contro la ‘ndrangheta.

In linea di principio chi non sarebbe  d’accordo su un postulato simile. Tutti. Ma chiediamoci, quali istituzioni? Non si tratta qui di mettere in mezzo la politica, i partiti, le sigle. La ‘ndrangheta non fa queste differenze. Chi appoggia i suoi interessi è amico, chi non lo fa è nemico. Trasversalmente da destra a sinistra. Le istituzioni che dovremmo appoggiare invece fanno davvero quello che dovrebbero fare?  Io non credo. Certo non parlo di tutte le istituzioni. So benissimo che c’è qualche maresciallo dei carabinieri, qualche capitano, qualche vigile urbano, qualche sindaco, qualche giudice, qualcuno onesto in questa terra. Ma parlo di qualcuno, non di tutti. Qui bisogna  lottare contro un esercito di armati, di assassini, di gente che non possiede  alcuna morale né valore. Per fronteggiare tutto questo non ci vuole  l’esercito di pulcinella che vuole mandare il ministro Larussa. Qui occorre e basta un esercito di persone oneste, che in Calabria ci sono, esiste, ma che sono state messe da parte perché non fanno parte di partiti, di logge massoniche, di famiglie che contano, di camarille clientelari, di portaborse di sindaci, di quella borghesia ricca che vive a Cosenza, Catanzaro, Reggio e che ha la villa a mare, il cottage in montagna, la casa a Roma per il figlio che studia. È di questo che bisogna parlare è da questo che bisogna partire. Quando vedo affari ‘nadranghetisti nel ciclo del cemento esistente in Calabria e che frutta milioni di euro al riciclaggio mafioso non credo che le istituzioni abbiano fatto il loro dovere. L’abusivismo, quello di massa, quello che vediamo sotto gli occhi di tutti e crediamo che sia abusivismo, qui non esiste. È abusivismo legalizzato, credi che sia abusivo ma poi se vai a vedere le carte depositate nel comune è tutto a posto. Vedi costruire sulle scogliere, sulle colline con uliveti, lungo la linea ferroviaria, lungo le spiagge, sui demani fluviali e comunali e di stato, e credi che non sia possibile farlo. Poi vai a controllare e trovi l’autorizzazione della soprintendenza dei beni ambientali, di quella archeologica, della forestale, del genio civile, dell’ufficio tecnico comunale, della provincia, della regione, dell’asl. È tutto a posto. Il mafioso non ha bisogno di fare abusivismo perché ha la persona giusta al posto giusto. La vota per questo, per tutelare i suoi affari, e se non lo fa , fa la fine di Valarioti  a Rosarno, di Losardo a Cetraro, di Vassallo a Pollica e di tanti altri che non hanno voluto firmare delibere, fare ordinanze di demolizione, fare consigli comunali contro le famiglie ‘ndranghetiste.  I sequestri che vedo sono quelli fatti ad un contadino che ha aperto una finestra, che ha fatto una scala esterna, al pescatore che ha fatto una solettina di cemento sotto il suo chiosco a mare, al cittadino che non ha rispettato le misure del sottotetto per 30 cm. Su queste cose vedo processi a non finire nelle preture e vedo muoversi vigili e tecnici comunali a testimoniare ed a perdere ore importanti del loro lavoro. Alberghi interi enormi, maestosi, villaggi turistici, grandi campeggi con bungalow, ville, attività imprenditoriali con tanto di finanziamento pubblico, super mercati di grandi catene,  restano tutte lì, lungo i fiumi, sulle verdi colline sbancate, sulle spiagge del demanio, indisturbate, anzi vengono anche inaugurate con tanto di vescovo, sindaco ed autorità al seguito. Le istituzioni calabresi sono marce dalla testa ai piedi. Questa è la verità e lo sappiamo tutti. Ce lo diciamo sempre, ce ne lamentiamo e poi però al momento giusto sfiliamo con loro, baciamo le loro mani, ci inchiniamo al loro passaggio.  Sono marce perché infiltrate da anni di acquiescenza con il fenomeno ‘ndranghetista, anni di non fare niente, anni di parole e solo parole, anni di fatti ed atti mancati che hanno reso eroi semplici cittadini che invece avrebbero dovuto essere difesi, anni di manifestazioni contro il nulla. Perché non si dice come ha fatto la ‘ndrangheta a mettere una bomba sotto casa del Procuratore Di Landro. Ci voleva la fata Morgana (che vive tra Reggio e Messina) a sapere che il Procuratore fosse un obiettivo della ‘ndrangheta per le sue inchieste e che peraltro aveva già avuto degli avvertimenti e minacce? Quando muore un operaio sul lavoro, la magistratura stabilisce subito le responsabilità di chi non ha provveduto alla sua sicurezza ed immediatamente emana avvisi di garanzia per coloro che non vi hanno provveduto. Lo stesso non avviene in questi casi.  Se c’è un Prefetto, un questore, un sindaco, una commissione sull’ordine pubblico, è perché questi hanno il dovere di tutelare chi lavora. Un giudice che lavora contro la ‘ndrangheta è come un operaio e va quindi tutelato nella sua sicurezza. Ma questi invece sfileranno insieme a tutti, contro la ‘ndrangheta. Perché non si dice quali siano gli affari della ‘ndrangheta reggina e della piana di Gioia Tauro? Le famiglie si affannano a prevalere l’una sull’altra  per qualche tangente, per qualche partita di droga  o per l’affare del secolo? E cioè il ponte sullo Stretto. Perché si ha paura di parlare del ponte sullo Stretto? Eppure tutti sanno di quanto questa opera servirà alle ‘ndrine locali per ottenere l’appalto del movimento terra, del cemento per i piloni, per i camion da trasporto, per le enormi discariche e tutto quello che produrrà l’indotto. Eppure “Presa diretta” la vedono tutti, e tutti hanno visto come funziona la ‘ndrangheta. Si ha paura di parlarne  perché si ha paura di  mettere in discussione l’opera faraonica del nostro faraone imprenditore presidente del consiglio? perché non si parla degli affari della ‘ndrangheta nel traffico di rifiuti tossici e nelle discariche. Abbiamo già digerito la nave Cunsky e tutti ci siamo bevuti le dichiarazioni contraddittorie della Ministro Prestigiacomo e del Procuratore anti mafia Grasso? Abbiamo già dimenticato le navi a perdere in tutto il mediterraneo. I rifiuti tossici sotterrati lungo il fiume Oliva ad Amantea, o quelli messi nelle case a Crotone, o quelli sotterrati a Cassano. Chi le ha messe, come è stato possibile se non con l’avallo delle istituzioni, di assessori regionali, di magistrati che ne hanno archiviato le carte, che ne hanno spostato la sede giudiziaria. Il più grande processo che si sarebbe dovuto svolgere in Calabria,  e che sarebbe servito da esempio a tutta la ‘ndrangheta calabrese, quello sulle ferriti di zinco partite dalla Pertusola di Crotone e sotterrate sotto le campagne di Cassano e di tutta la Sibaritide, parliamo di 35 mila tonnellate di ferrite di zinco, con arresti su tutta la filiera dei responsabili, dall’assessore regionale al camionista e ruspista delle ditte compiacenti, è finito con una archiviazione ed ora le stesse bonifiche dei luoghi stanno finendo in mani di famiglie malavitose. Si ha paura di scendere sulla terra invece di pensare alla ‘ndrangheta sulla luna . La ‘ndrangheta si combatte davvero se si  ripulisce e si vince proprio partendo dalle istituzioni, dai partiti, dalle massonerie. Se la gente, la cosiddetta società civile vedrà questa rivoluzione, questo rinascimento calabrese, questa lotta vera e reale, scenderà da sola in piazza, senza essere chiamata da un quotidiano, da un partito o da una sigla qualsiasi.
Francesco Cirillo
Giornalista e militante ambientalista  
13 settembre 2010

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