Terroni, un libro verità del giornalista Pino Aprile per i 150 anni dell’Unità d’Italia

Di Francesco Cirillo (tratto da Mezzoeuro del 31 luglio 2010) 
Successo ovunque per il prof. Pino Aprile autore del libro shock, Terroni, sull’occupazione piemontese nel sud Italia all’indomani della cosiddetta unità d’Italia. Un libro verità che arriva giusto per i 150 anni dall’Unità d’Italia. Un’unità che secondo Aprile non c’è mai stata in quanto il nord d’Italia avrebbe da sempre sfruttato il sud prima per smontargli tutta l’industria già esistente come a Mongiana in provincia di Catanzaro, e poi per sfruttarne la mano d’opera. Sfruttamento che è durato per 150 anni fino ai giorni d’oggi. Basta guardare i dati sull’occupazione lavorativa di tutta Europa. I francesi hanno avuto bisogno di algerini e tunisini, gli inglesi degli indiani, i tedeschi dei turchi, gli olandesi dei sud africani. Gli italiani solo di calabresi, campani, pugliesi, siciliani. Al nord solo adesso si conosce l’immigrazione magrebina e africana, ma fino a dieci - venti anni fa, i neri del nord eravamo solo noi. Questa è storia. E Pino Aprile si riscalda quando, a Diamante alla presentazione del libro organizzata dal Comune, Michele Cucuzza ed il giornalista Antonello Troya gli fanno qualche domanda dubbiosa sul suo studio e sul suo libro. La Padania deve inventarsi tutto, dice Aprile, noi dobbiamo solo rinfrescarci la memoria e dobbiamo davvero conoscere cosa è stata la cosiddetta liberazione dal governo borbonico.
A sfogliare il libro viene solo rabbia. Per 150 anni ci è stata nascosta una verità che fa fatica ancora oggi a far venire a galla. Si commemorano le Fosse Ardeatine, da qualche anno anche le foibe, ma dei massacri dei piemontesi di interi paesi e villaggi della Calabria, della Campania e della Basilicata neanche l’ombra. Eppure sono state violentate donne, uccisi bambini, massacrati con le spalle al muro e buttati in fosse comuni decine e decine di contadini. Decine di paesi sono stati rasi al suolo dalla furia dei piemontesi come Pontelandolfo a pochi chilometri da Benevento. Il racconto che si fa è davvero raggelante.
Il Cialdini ordina allora al generale Maurizio De Sonnaz che di Pontelandolfo e Casalduni "non rimanesse pietra su pietra". Costui, il 13, col 18° reggimento bersaglieri, forma due colonne, una di 500 uomini al comando del tenente colonnello Negri, che si dirige verso Pontelandolfo, l'altra di 400 al comando di un maggiore, Carlo Magno Melegari, che si dirige verso Casalduni. Prima di entrare nei paesi, le colonne si scontrano con una cinquantina d'insorti, che però sono costretti a fuggire nei boschi dopo avere ucciso nel combattimento venticinque bersaglieri. accompagnato dal De Marco, ha contrassegnato le case dei liberali da salvare, i bersaglieri entrati in Pontelandolfo fucilano chiunque capiti a tiro: preti, uomini, donne, bambini. Le case sono saccheggiate e tutto il paese dato alle fiamme e raso al suolo. Tra gli assassini vi sono anche truppe ungheresi che si distinguono per loro immondi atrocità. I morti sono oltre mille. Per fortuna alquanti abitanti sono riusciti a scampare al massacro trovando rifugio nei boschi.
Nicola Biondi, contadino di sessant'anni, è legato ad un palo della stalla da dieci bersaglieri. Costoro ne denudano la figlia Concettina di sedici anni, e la violentano a turno. Dopo un'ora la ragazza, sanguinante, sviene per la vergogna e per il dolore. 11 soldato piemontese che la stava violentando, indispettito nel vedere quel corpo esanime, si alza e la uccide. Il padre della ragazza, che cerca di liberarsi dalla fune che lo tiene legato al palo, è ucciso anche lui dai bersaglieri. Le pallottole spezzano anche la fune e Nicola Biondi cade carponi accanto alla figlia. Nella casa accanto, un certo Santopietro con il figlio in braccio mentre scappa, è bloccato dalle canaglie savoiarde, che gli strappano il bambino dalle mani e lo uccidono.
Il maggiore Rossi, con coccarda azzurra al petto, è il più esagitato. Dà ordini, grida come un ossesso, è talmente assetato di sangue che con la sciabola infilza ogni persona che riesce a catturare, mentre i suoi sottoposti sparano su ogni cosa che si muove. Uccisi i proprietari delle abitazioni, le saccheggiano: oro, argento, soldi, catenine, bracciali, orecchini, oggetti di valore, orologi, pentole e piatti.
Angiolo De Witt, del 36° fanteria bersaglieri, così descrive quell'episodio: "... il maggiore Rossi ordinò ai suoi sottoposti l'incendio e lo sterminio dell'intero paese. Allora fu fiera rappresaglia di sangue che si posò con tutti i suoi orrori su quella colpevole popolazione. I diversi manipoli di bersaglieri fecero a forza snidare dalle case gli impauriti reazionari del giorno prima, e quando dei mucchi di quei cafoni erano costretti dalle baionette a scendere per la via, ivi giunti, vi trovavano delle mezze squadre di soldati che facevano una scarica a bruciapelo su di loro. Molti mordevano il terreno, altri rimasero incolumi, i feriti rimanevano ivi abbandonati alla ventura, ed i superstiti erano obbligati a prendere ogni specie di strame per incendiare le loro catapecchie. Questa scena di terrore durò un'intera giornata: il castigo fu tremendo...".
Questa guerra, mai dichiarata, mai studiata, mai ricordata è durata dieci anni , una guerra che alla fine ha visto nella resa totale la fuga di migliaia di meridionali verso le Americhe o nelle nazioni vicine. Un emigrazione che il governo piemontese ha subito incentivato per spopolare ancora di più le campagne meridionali e mettere sotto dominio totale quelle che restavano. L’elenco delle stragi impunite è terribile. Viene da piangere a leggerle una dietro l’altra. I tanti turisti, molti campani, pochi nordisti, raccolti nella piccola piazzetta di san Biagio a Diamante ascoltano in venerato silenzio per due ore di seguito questi racconti e quando il dibattito finisce accorrono tutti attorno a Pino Aprile per stringergli la mano e ringraziarlo per il lavoro fatto. Per chi viene dalla mia generazione questa verità non è nuova. Fa parte di quel bagaglio culturale che la mia generazione , quella del 68, ha con sé, come se fosse nel DNA. Una generazione che ha scoperto tutto questo già con un altro libro che rimase nascosto negli scaffali delle librerie perché nessuno lo volle mai presentare nelle TV nazionali e tantomeno scriverne sui quotidiani nazionali. Si tratta della “Storia del brigantaggio dopo l’Unità” di Franco Molfese. Quel libro nessun editore lo volle pubblicare poi fu Feltrinelli che lo pubblicò nel 1964. Molfese fa un quadro terribile di quanto avvenne nel sud subito dopo il 1860 ed analizza nello specifico la legge Pica varata nel 1863 e che istituì tribunali militari speciali in tutte le province che ancora facevano resistenza al governo in carica. “Tra il 1863 ed il 1865 - scrive Molfese -, 10.666 furono le persone denunciate, 1686 rimesse ad altra giurisdizione,2118 i condannati per brigantaggio, 6.739 gli assolti, 123 deceduti in carcere. Colpiscono a prima vista, scrive Molfese, le alte cifre dei denunciati e degli assolti, che attestano l’ampiezza delle persecuzioni poliziesche ma anche un certo equilibrio di giudizio da parte dei tribunali. Dei 697 assolti del 1863, 270 vennero rimessi alle giunte per il domicilio coatto. Delle 1035 condanne irrogate nel 1865, 55 furono a morte, 83 ai lavori forzati a vita, 567 ai lavori forzati a tempo, 2 alla reclusione militare, 306 alla reclusione ordinaria, 22 al carcere. Fra il 15 agosto 1863 e la fine del 1864, vennero istruiti ben 3.613 processi, di cui 2.217 furono celebrati nello stesso periodo coinvolgendo 5.224 individui. Si ebbero 514 condanne per brigantaggio e 371 proscioglimenti, oltre a 569 condanne per manutengolismo e 3776 proscioglimenti”.
Ma Prino Aprile nel suo libro racchiude tutte queste ricerche, ne fa un analisi impietosa, affronta il nostro passato fin dalla radice e non risparmia nessuno. Tantomeno oggi quei leghisti che si permettono di inneggiare alle eruzioni dell’Etna o alla forza del terremoto. Come se noi meridionali avessimo mai inneggiato alle inondazioni del fiume Po o all’ictus di Bossi. Alla fine, Pino Aprile miete successi ovunque. Sono centinaia le presentazioni che sta facendo in tutto il sud ed il libro si sta preparando a delle traduzioni in inglese e tedesco. “Ovunque trovo meraviglia e rabbia” dice Aprile sul palco di Diamante, “ma anche tanta voglia di riscatto”. E’ di questi giorni la richiesta alla Lega Nord da parte del sindaco Alemanno di togliere dal proprio statuto la secessione come fase finale del percorso leghista. Io direi di lasciarla invece quella voce. Vediamo se il nord è disponibile ad una secessione piuttosto che ad un federalismo che ancora di più ci vedrà schiavi e servi degli interessi della finanza del nord. Io penso che la secessione farebbe solo del bene a noi del sud. Vorrebbe dire che per la prima volta dopo 150 anni i nostri destini verrebbero scelti da noi. Saremmo più poveri, forse, ma certamente più liberi, anche nello scegliere una classe politica meno cialtrona, meno affaristica, meno ignorante proveniente da quella vecchia democrazia cristiana che ha usato il sud solo come base elettorale e assistenzialistica. Oggi nel sud ci sono intelligenze vere, attive, forti che potrebbero diventare classe dirigente in un niente. Rompendo proprio quegli equilibri e partitismi che sono stati la nostra palla al piede più delle truppe piemontesi. Che si facciano sentire, questo libro di Pino Aprile potrebbe proprio diventare il Manifesto della rinascita meridionale.
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