8 Marzo. Due figure di donna, Tina Modotti e Sibilla Aleramo

TINA MODOTTI

SIBILLA ALERAMO
Una vita davvero tormentata. Piena di amori, ma anche di delusioni, di dolore, di impegno sociale, di incontri importanti, di poesia e tenerezza. La vita di Rina Faccio o meglio di Sibilla Aleramo, la scrittrice e poetessa vissuta dal 1876 al 1960, è stata effettivamente così.
«Era una donna bellissima. I suoi capelli bianchi le incorniciavano il viso come un'aureola». Il ritratto che Livia Naccarato, poetessa e scrittrice originaria di Aiello Calabro (Cs), traccia della Aleramo, è puntuale e suggestivo.
Livia Naccarato – membro autorevole dell’Unione Nazionale Scrittori, del “Gruppo Camilla Ravera” e dell’Università Europea Popolare, presente fra l’altro, con le sue liriche in molte antologie della letteratura calabrese (A. Piromalli 1996) - con passione ci racconta le conquiste che le donne hanno raggiunto nel 20° secolo nei vari campi politico, sindacale e soprattutto letterario. Una maratona espositiva, quella della Naccarato, che comincia dall'analisi di fatti e persone che hanno determinato il cammino e il raggiungimento di uno status di dignità della donna nel corso del secolo appena trascorso. E che prosegue con il profilo di grandi donne: Olimpia de Gouges, Eleonora Fonseca Pimentel, Anna Maria Mozzoni, Camilla Ravera. Nel corso della nostra conversazione con la poetessa originaria di Aiello Calabro, vengono pure tracciate le tappe fondamentali del movimento femminile italiano: primo congresso nazionale femminile del 1908 subito dopo la vittoria femminile del 1907, anno in cui si ha l'ottenimento di una legge che regolamenta il lavoro delle donne e dei bambini; I conferenza nazionale delle donne comuniste nel 1922; e ancora la riforma elettorale del 1912 che apre, sotto Giolitti, al suffragio universale e il successivo "patto Gentiloni" che la invece vanifica, e così via elencando tutti i decreti del governo fascista che tendono a escludere le donne dall'insegnamento, e dalla vita attiva. Non sono neanche mancati riferimenti al primo voto delle donne in occasione del referendum del 2 giugno del 1946 e a tutte quelle importanti leggi, come quella del 1963 che vieta il licenziamento delle lavoratrici per causa di matrimonio; la legge sulla tutela delle lavoratrici madri del 1971; o anche la legge sul divorzio del 1970; per finire alle leggi sul diritto di famiglia del 1975, alla 194 sull'aborto, a quella del 1991 sulle pari opportunità e ancora alla legge sulla violenza sessuale del 1996. Il focus del racconto della Naccarato, e non poteva essere altrimenti, si è basata però sulle donne che della letteratura hanno fatto una ragione di vita. In particolare l'attenzione della poetessa Naccarato, pur citando donne del calibro di Matilde Serao, Grazia Deledda, Benedetta Martinetti, Elsa Morante, Lalla Romano, Alda Merini e Amelia Rosselli, si è indirizzata soprattutto sulla figura di Sibilla Aleramo.
La vita di Sibilla Aleramo è molto movimentata e tormentata. Dapprima, la malattia mentale della madre, poi la violenza che subisce a soli 16 anni dalla quale, come conseguenza, ne deriva un matrimonio riparatore e un figlio e poi il fallimento di questa non voluta unione coniugale. Poi, a diverse altre relazioni amorose, con il poeta Giovanni Cena che le darà lo pseudonimo di Sibilla Aleramo; e poi con il pittore Cascella, il poeta Dino Campana, con cui ha una breve ed intensa quanto drammatica storia di amore (narrata in "Un viaggio chiamato amore" per la regia di Michele Placido, interpreti Laura Morante e Stefano Accorsi, produzione di Rai Cinema ndc), e infine con il poeta Franco Matacotta, molto più giovane di lei.
La sua opera più famosa, oltre alle ultime due che dopo vedremo, è "Una Donna" del 1906. Il libro "assume caratteristiche di manifesto, di emblema, dell'affermazione del diritto alla donna, alla sua libertà come persona umana indipendentemente dai vincoli del matrimonio, della famiglia e della maternità".
Il primo libro di poesie "Momenti" invece, viene pubblicato nel 1920 a cui seguono molti romanzi. Sibilla in questo periodo vive a Roma, in una mansarda di Via Margutta, ma viaggia spesso a Parigi dove molte sue opere sono tradotte e dove riceverà, nel 1933, il "Premio alla Latinità".
Nel secondo dopoguerra aderisce al PCI, si impegna, pure, intensamente in campo sociale. Collabora, all'"Unità" e alla rivista "Noi donne". Nel 1947 pubblica "Selva d'Amore" che otterrà l'anno successivo il premio Viareggio. Ma le ultime opere "Aiutatemi a dire" del 1951 e "Luci della mia sera" del 1956 (si trovano, unici esemplari, nella Biblioteca Nazionale – Lascito Falqui – sezione Libri d’Arte per la cui consultazione serve un permesso speciale), come si diceva, «assumono - dice la poetessa Naccarato - carattere di universalità poetica. Qui, il mito dell’amore atto ad infrangere le incrostazioni dell’antica sottomissione e ipocrisia si sublima e le luci che nel bel titolo illuminano la sua sera, sono quelle di cui una grande speranza umana, l’immagine di un armonioso paradiso su questa terra».
Negli ultimi anni della sua vita – morirà il 13 gennaio del 1960 a Roma -, Sibilla va fra la gente del popolo e nelle sezioni del partito a leggere le sue poesie. Sarà in questi frangenti che Livia Naccarato la conoscerà e subito ne ammirerà la dolcezza dei gesti e la poeticità dei suoi scritti.
«… Ai secoli e ai millenni di libertà/ Ai secoli e ai millenni di umana ascesa/ In questa nostra terra alfine degna/ Del grano, dell’ulivo e della rosa» (dalla lirica “Va lontano il nostro sorriso” tratto da “Luci della mia sera”). «Ci sono – vuole evidenziare in conclusione la poetessa Naccarato - in questi versi, in queste parole, con la sua consueta carica di vita, una grande fede in un mondo migliore e un grande messaggio di pace. Bene accogliamolo e cerchiamo di tradurlo in realtà; accogliamolo perché proprio in questo momento storico che stiamo vivendo di confusione e caduta degli ideali, abbiamo bisogno, invece, di credere fermamente in quegli ideali per i quali tante donne e tanti uomini hanno dato la vita».

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