Duecento anni di giornali in Calabria. La storia dell’editoria calabrese nel nuovo libro di Pantaleone Sergi

Fonte Il Quotidiano della Calabria di domenica 7 dicembre '08, pag. 15 (di Concetta Guido)

Italia 1876. Accadeva qualcosa anche in Calabria mentre a Milano Eugenio Torelli Viollier fondava il “Corriere della Sera”. In una regione dominata dall'analfabetismo, dove negli ultimi decenni del diciannovesimo secolo oltre l'ottanta per cento della popolazione non sapeva leggere e scrivere, accadeva che il cavaliere Domenico Carbone Grio, forte passione patriottica, amante della penna e dell'impresa, faceva nascere un quotidiano, il primo in assoluto dal Pollino allo Stretto. Era “L'Eco di Aspromonte” e le sue pagine erano destinate anche, o forse soprattutto, al dibattito politico postunitario. Oggi non vi sono tracce. Il primo esemplare di quotidiano calabrese conservato (nella Biblioteca civica di Cosenza), è “L'Avvenire del popolo”, uscito nel mese di ottobre del 1882 e il primo quotidiano duraturo è stato il “Corriere di Calabria” di Orazio Cipriani, protagonista del giornalismo locale d'inizio Novecento. 

Uomini e imprese
Carbone Grio, Cipriani, con le loro testate progenitrici del giornalismo professionale locale, sono in buona compagnia nella storia dei quotidiani e dei periodici calabresi. Una storia di fallimenti e sudditanza rispetto al potere, ma anche di strani primati, di idee e difese ideologiche. Profumata di inchiostro, popolata di torchi, uomini (molti) e donne (pochissime) impegnati sullo sfondo di una terra di miseria e paradossi. Una storia indagata da pochi studiosi che vogliono restituire le radici a una professione affascinante e ancora oggi, tra fragilità territoriali ed editoriali, vissuta in modo problematico. I fatti delle tipografie del passato e le imprese dei garibaldini e non del giornalismo calabrese, sono campo di indagine per Pantaleone Sergi, già inviato di “Repubblica”, attualmente portavoce del presidente della Regione Calabria e docente di Storia del giornalismo all'Università della Calabria.
“Stampa e società in Calabria” è il titolo di un volume (edizioni Memoria, Cosenza), in cui raccoglie undici saggi scritti negli ultimi otto anni (dieci, poi corretti e ampliati, erano già apparsi su riviste culturali e storiche). Utili per il lettore più curioso e più interessato all'argomento, gli indici, dei nomi e delle testate, alla fine del volume.
La voglia di ricucire i fili di un discorso (aperto da tempo: nel 2000 Sergi pubblicò, sempre per Memoria, “Quotidiani desiderati. Giornalismo, editoria e stampa in Calabria”) ha fatto scattare la molla di questo nuovo lavoro che, tra l'altro, uscendo nel 2008 celebra un anniversario: «Era il 18 gennaio 1808 - scrive Sergi nel saggio d'apertura - quando dai torchi di Giuseppe Varriente, chiamato a impiantare la Tipografia dell'Intendenza a Monteleone, oggi Vibo Valentia, uscì il primo periodico calabrese, Il giornale dell'Intendenza della Calabria Ulteriore, una sorta di gazzetta ufficiale aperta a contributi culturali». 
Il giornalista trova notizie anche nei panni dello studioso. Quando visiona documenti bibliografici, scende nei particolari di una vicenda, nei dettagli di una breve avventura.

Terra di primati
Rintraccia in Bartolomeo Quattromani (padre di Sartorio, fondatore dell'Accademia cosentina) l'avo dei giornalisti locali, autore di un “Avviso” con la cronaca della sosta cosentina, il sette novembre 1535, al ritorno dal Nordafrica, dell'imperatore Carlo quinto.
«La prima tipografia fu attiva - racconta in un'altra pagina -, nel 1475 a Reggio Calabria dove, nell'officina di Abraam ben Garton ben Isaac, fu stampato il “Commentarius in Penthateucum” del Rashi o Rabbi Shelomò Ischaki, il primo testo della storia in caratteri ebraici».
Sempre Carbone Grio, l'intraprendente editore giornalista reggino, che intanto aveva fondato la Camera di commercio della sua città, otto anni dopo la nascita dell'“Eco di Aspromonte”, diede vita a “Il Commercio”, con corrispondenti a Roma, Napoli e finanche a Berlino. Nuova testata, nuovo primato. Il cavaliere dell'Ottocento calabrese aveva messo in campo uno dei primi quotidiani economici d'Italia (il “Sole”, nato come “giornale commerciale e politico”, aveva visto la luce nell'estate del 1865), nota l'autore.
Dall'oblio è recuperata la figura della catanzarese Dora Scerbo, che diede vita al periodico “Calabria commerciale”, la prima direttrice di giornali calabresi di cui si ha traccia. In camicia nera, nerissima, ma sorprendente figura di un paesaggio tutto maschile. Non c'è ombra di giornaliste calabresi, dice l'autore,
negli Annuari della stampa italiana, ma «in base a una ricognizione sulle testate» risultano essere quattro dal 1869 al 1922.

Arretratezza e vivacità
In tema di primati della regione dei paradossi, ci sono alcune vicende che nascono e muoiono nel sogno della grande industria, altre che si sviluppano via etere. Nel 1947, alla faccia del monopolio Rai, la Prefettura di Reggio Calabria autorizza stazione radio sgangherata a trasmettere la stagione lirica del “Cilea”. Ma il fatto importante, raccontato nel capitolo “L'antenna liberata”, accade il 16 febbraio 1976, quando il pretore Michele Quagliata, prosciogliendo i titolari di “Radio Brucia Cosenza” e restituendo loro gli impianti, dà la stura al pluralismo radiofonico e sancisce il principio, in anticipo di qualche mese rispetto alla sentenza sulla liberalizzazione dell'etere della Corte Costituzionale, che «installare e mettere in esercizio un impianto di trasmissione radiofonico, non costituisce reato».
Ecco la vivacità intellettuale e professionale nella monotonia dell'arretratezza territoriale. Se il saggio conclusivo è dedicato alla nascita dell'Ordine calabrese dei giornalisti (con la ricostruzione di alcuni passaggi di una lunga vicenda che ha fatto soffrire molte giovani professionalità e testate nate alla larga dal diktat ordinistico dei vecchi tempi), la seconda metà del secolo scorso è raccontata attraverso altre vicende emblematiche. Come la querelle sui programmi d'industrializzazione e soprattutto sull'insediamento Sir di Lamezia Terme, mai entrato in funzione, tra il periodico del Pci “Questa Calabria” e “Il Giornale di Calabria” il quotidiano creatura del leader socialista Giacomo Mancini (finanziato dallo stesso Nino Rovelli, signore della chimica italiana). Un filo storico-politico lega i vari capitoli. L'autore, sul viale del tramonto democratico del fascismo, indaga la storia dei giornali “morti di regime” e poi i prodromi della rivolta reggina del 1970, soffermandosi sulla battaglia del “Corriere calabrese” di Catanzaro, diretto da Eugenio Greco, che dal 1949 al 1950 trattò un tema fondamentale: l'individuazione del capoluogo calabrese.
Bella la vicenda, a cui è dedicato un capitolo, del progetto congiunto di inizio Novecento di due grandi società, l'Ilva e l'Ansaldo, competiror altrove e che proprio in Calabria, dove entrambe erano impegnate in lavori pubblici, siglarono una pax per fondare insieme una testata. Un giornale mai nato. Come tanti nei decenni a seguire della stampa calabrese, alla quale oggi, tra problemi ed evoluzioni, non può essere messo un punto. Nella terra dei ritardi eccezionali recuperare radici, identità, passato assume ancora più importanza.

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