Carta fa 10 anni



Dal 19 dicembre al 15 gennaio Carta sarà in edicola con un numero speciale. Cento pagine fitte di articoli, vecchi e nuovi, per raccontare i nostri primi dieci anni di vita e con il libro di Paolo Cacciari significativamente intitolato «Decrescita o barbarie». Dieci anni, dicevamo, iniziati a dicembre del 1998, quando in sordina si andava accumulando, qui e là nel mondo, un’energia nuova. Sarebbe esplosa a novembre del 1999, nelle grandi manifestazioni di Seattle contro l’Organizzazione mondiale del commercio. Molte delle denunce di quel movimento si sono rivelate fondate; molte delle sue analisi, esatte; molte delle sue previsioni, corrette. 
Molte cose sono cambiate, certo. C’è stato l’11 settembre e c’è ancora la guerra, in Afghanistan perfino più che in Iraq, per dirne una. A rileggere oggi ciò che scrivevamo – per esempio – sul disastro del neoliberismo o sulla crisi dell’agricoltura industriale, sulla trasformazione delle metropoli globali o sul deperimento della rappresentanza politica, ci siamo resi conto di un’altra faccia di questi dieci anni di Carta. Di solito, chi confeziona un giornale, grande o piccolo, cerca di rassicurare il suo target immaginario o i suoi padroni occulti. Cerca di fotografare la situazione e perimetrarla dentro i confini del già visto. Questi dieci anni di Carta, letti tutti d’un fiato e distillati nel numero speciale che trovate in edicola, hanno fatto esattamente l’opposto. Mettendosi al livello della società, abbandonando il trespolo della politica, del giornalismo tradizionale, delle ideologie, Carta ha scelto di sorprendersi e di sorprendere. Per fortuna, le occasioni di stupire non sono mancate. Adesso, la crisi economica e quella politica seppelliscono il vecchio mondo e le sue ingiustizie. Aprono spazi da cui si scorgono rischi e opportunità. Ce ne occuperemo, con voi, nei prossimi dieci anni. Arrivederci al 2009.


Cinquecentoventi settimane
di Marco Calabria, Anna Pizzo, Pierluigi Sullo
[19 Dicembre 2008]

Non ci siamo pentiti, se è per questo. Non fu facile dieci anni fa, per noi tre, decidere di lasciare il giornale in cui avevamo lavorato per vent’anni e oltre. Questa è un’altra storia: di come si possa andarsene da un luogo di sinistra senza abiure né psicosi da scissione, senza scivolare sul piano inclinato [e assai unto] del lavoro giornalistico in un giornale qualunque né sentirsi in concorrenza. Crediamo che anche questa stranezza dipenda dal genere di cosa che volevamo fare: cooperativa e aperta, rivolta alle persone e non [solo] ai militanti, sociale assai più che politica, plurale. La serie di aggettivi virtuosi continua a lungo, volendo. A spingerci era stato lo zapatismo, sorprendente racconto che proveniva dal fondo del «sottosviluppo», dall’angolo più marginale del Messico, e dai più discriminati tra i poveri, gli indigeni; racconto che però parlava alla gente del nord, alle sinistre spiazzate, ai sindacati finiti in un vicolo cieco, ai giovani il cui futuro veniva allegramente – nei primi vent’anni del liberismo – smantellato, a chiunque, come dicono i nostri amici zapatisti, abbia un buon motivo per rivendicare, con dignità, la propria rabbia. E sono moltissimi, nel mondo.

Ma nel frattempo in quegli anni nuove idee fiorivano, nuove alleanze si formavano. Il commercio equo e l’altra economia, la critica pratica alzata al livello delle multinazionali e dispersa al livello delle comunità. La pace, come aspirazione e come metodo della lotta sociale, dopo la prima guerra del Golfo e la guerra civile in Jugoslavia e subito prima dei bombardamenti su Belgrado. E i contadini, che avevano aperto una questione capitale: se la terra sia una «materia prima» o parte della nostra stessa vita. I movimenti contro la crescita economica, che volevano spezzare il «pensiero unico» nel punto più fragile: quello dove si decreta che il pianeta regala risorse infinite. I primi accenni di difesa dei beni comuni, a cominciare dall’acqua, e che negli anni hanno compreso tutto [«Para todos todo», dicono gli zapatisti], dalla valle da difendere dall’insulto dell’alta velocità all’università da proteggere dalle aste della conoscenza. La discussione crescente sulla democrazia da reinventare. L’irruzione dei ragazzi che si sarebbero rivestiti con tute bianche, si sarebbero dichiarati disobbedienti, avrebbero affiancato le comunità in lotta e creato spazi liberati nelle città. E nel 1999 l’annuncio di Seattle.

Il primo numero di Carta, un mensile di 32 pagine formato tabloid che uscì come supplemento del manifesto, conteneva due reportage o, come dicemmo da quel giorno, «racconti sociali»: il primo, scritto da noi, dalla periferia romana di Cinecittà, dove un centro sociale, il Corto circuito, saldava legami sociali; il secondo, scritto da Bernard Cassen di Le Monde diplomatique, raccontava la curiosa esperienza del «bilancio partecipativo» in una città brasiliana, Porto Alegre, dove tre anni dopo si sarebbe tenuto il primo Forum sociale mondiale. L’immagine della copertina, su cui lavorò a lungo colui che aveva disegnato il mensile [e avrebbe poi disegnato il settimanale], nel frattempo scomparso con nostro grande dolore, Piergiorgio Maoloni, era tratta da un reportage fotografico da Porto Alegre: un gran mucchio di lattine colorate in un centro di riciclaggio dei rifiuti aperto su decisione del «bilancio partecipativo». Riciclaggio di rifiuti, guarda un po’. L’editoriale in copertina diceva: «Crediamo che scontrarsi, oggi, significhi sperimentare altri modi d’essere delle persone e delle comunità, con lo scopo di far vivere già qui una società che non abbandoni nessuno e una democrazia che includa tutti… Siamo certi che tutto questo stia già avvenendo e che si tratti di incoraggiarlo con ogni mezzo a prendere coscienza di sé e a raccontare il mondo con parole originali». Era una sobria dichiarazione di indipendenza dalla sinistra del passato, l’annuncio che quel che ci premeva era tuffarci nella società per ricominciare da lì.

Qualcuno [pochi] disse che Carta era il giornale «dei centri sociali», qualcun altro [un po’ di più] che eravamo «antipolitici». Altri ancora fecero una previsione facile: entro qualche mese la vostra barchetta farà naufragio. Ricordiamo questi giudizi non per malignità, ma perché è giusto sapere quanto poco la sinistra di dieci anni fa fosse disposta a mettersi in questione. Sappiamo com’è finita. Sappiamo anche come nel frattempo il liberismo abbia distrutto il clima, il diritto alla vita [gli affamati nel mondo sono un miliardo, dice la Fao] e al lavoro [la precarietà è un brutto stile di vita], nonché la democrazia [tramutata in «fiction» a mano armata, come Genova nel 2001 si incaricò di spiegarci]. Ma dalla nostra parte sono nati grandi movimenti sociali, come la rete globale di Via Campesina, o la protesta di milioni di persone contro la guerra in Iraq, il movimento per l’acqua e per i beni comuni, una attività di innovazione economica diffusa, esperienze democratiche innovative, legami transnazionali come quelli che si sono stretti ai Forum sociali mondiali ed europei, o avendo come epicentro il Chiapas zapatista [e questo fine d’anno si terrà il «festival de la digna rabia», in Messico, cui Carta è invitata]. E ancora, una molecolare e globale mobilitazione contro le aggressioni dello «sviluppo». Ed è ormai esplosa una lotta generalizzata contro la privatizzazione della conoscenza, per non parlare dei nuovo femminismo e della lotta per di diritti civili dei gay. Tutto questo insieme sta elaborando un pensiero nuovo, un’altra narrazione del mondo.

Molti dicono: sì, ma questi movimenti della società si accendono e poi si spengono. La portata del disastro è tale che ci vorrebbe ben altro. In capo a dieci anni possiamo dire, noi di Carta, di aver aiutato davvero quel che si muove nella società a «prendere coscienza di sé», scrivemmo nel 1998, come della sola possibilità di salvare il pianeta e i suoi abitanti?
Non possiamo dire di sì senza esitazioni. Abbiamo fatto quel che sapevamo fare. Quel primo mensile è diventato una cooperativa con una quindicina di persone tra soci e dipendenti, che pubblica un settimanale e un quotidiano on line, libri e documentari, che promuove dibattito e cerca di agevolare – anche per mezzo dell’associazione Cantieri sociali – la connessione tra gruppi sociali attivi. Abbiamo coniato parole originali, come «cantieri sociali» o «sciopero generalizzato», e ne abbiamo rese popolari altre, come «beni comuni» o «decrescita». Abbiamo raccontato o dato voce a migliaia di persone e movimenti e ricercatori e intellettuali. Abbiamo amici e collaboratori un po’ ovunque, in Italia e nel mondo. Abbiamo migliaia di lettori del settimanale e del quotidiano. Abbiamo aperto la Sala Pintor, nella nostra sede romana, intitolandola a un nostro maestro.
Siamo poveri ma dignitosi, indebitati ma non in modo catastrofico, i nostri compagni più giovani stanno diventando via via dei bravi giornalisti [del tutto atipici, come richiede una cosa come Carta]. Abbiamo centinaia di soci, ciascuno dei quali ci ha regalato 500 euro.

C’è di che essere soddisfatti? Forse sì. O forse no. Perché la salute della cooperativa soffre permanentemente di qualche linea di febbre, qualche volta di un febbrone da cavallo, e la cerchia dei nostri amici e abbonati e lettori è più piccola di quanto sarebbe necessario. E soprattutto dubitiamo di noi stessi e dei nostri simili, perché ora che il liberismo sta crollando ci sarebbe un drammatico bisogno di arrivare a un traguardo sulla strada che noi, come tanti altri, abbiamo intrapreso dieci anni fa. Bisognerebbe che la parte attiva della società, variamente organizzata e impegnata sui temi più vari, facesse un passo oltre, proponendosi – tutta insieme – non più solo come la critica dell’esistente, e nemmeno solo come una serie di soluzioni parziali, ma come una convincente alternativa di civiltà.
Dunque, mentre ci scambiamo sorrisi dicendoci «ce l’abbiamo fatta, ad arrivare fin qui», restano sospese due domande che troveranno forse una risposta nel prossimo futuro: esiste un’altra politica in grado di cancellare quella vecchia? E noi siamo adeguati a questo scopo? Dalle risposte dipendono i prossimi dieci anni di Carta.

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