Studenti dell’università di Messina alla ricerca di Temesa


Fonte: Il Quotidiano della Calabria 10 giugno 2008, pag. 30 (di Salvatore Muoio)
SERRA D'AIELLO - Quando si sale lassù, sull’altipiano di cozzo Piano Grande (nella foto), si percepisce in tutta evidenza la saggezza di chi è venuto prima di noi. Quello che si apre alla vista del visitatore è lo spettacolo meraviglioso del mar Tirreno, tempestato centralmente all’orizzonte dalle sagome delle Eolie e di Stromboli in particolare. Quando il cielo è terso, il vulcano sembra davvero ad un tiro di schioppo dal litorale camporese. A sinistra tutto il golfo di Sant’Eufemia, ma l’occhio riesce ad arrivare benissimo fino al viadotto dell’Angitola e alla rocca di Pizzo Calabro. A valle del promontorio, appunto, Campora San Giovanni, distesa sul grande pianoro che da Corica arriva fino al confine catanzarese di Nocera Terinese ed oltre. Poco più in la, Pian della Tirena, se vogliamo il colle gemello. Da qui tutto è chiarissimo. Temesa, l’antica città mineraria cantata da Omero, ricca e contesa, non poteva che essere qui.
Ne sono convinti gli studiosi, che solo a settembre dell’anno passato hanno tenuto un importante convegno, proprio a Campora, del quale peraltro saranno pubblicati gli atti molto presto per iniziativa del comune di Amantea, ma ancor di più ne sono certi gli abitanti di questi luoghi, che oramai, dopo gli innumerevoli ritrovamenti verificatisi in circa cinquant’anni di edificazione, hanno ritrovato un passato antico e prestigioso che li unisce. Campora, Serra, Cleto e forse Nocera. È questa l’area che ha verosimilmente ospitato per almeno quaranta secoli, dal neolitico all’epoca romana, una comunità complessa, laboriosa ed organizzata. Temesa, almeno per la parte iniziale della sua storia, dicono gli scienziati, non va pensata come una città unica, ma come un agglomerato di insediamenti abitativi, animati da donne e uomini per buona parte impegnati nella lavorazione della ossidiana, quasi certamente proveniente dalle stesse Eolie. Qui, allora, doveva esserci un approdo, forse posizionato, opportunamente, alla foce del fiume Oliva, al quale attraccavano, a cadenza regolare, navi provenienti da tutto il mediterraneo. Ad osservare dall’alto tutto questo, con ogni probabilità, cozzo Piano Grande e Pian della Tirena. Ora che tutto appare logico, gli scavi promossi dall’Università di Messina, e nello specifico dalla facoltà di Beni Culturali, in accordo con la Soprintendenza Beni Archeologici della Calabria, appaiono, finalmente, come il via ad un lavoro organico di ricerca. Quando siamo andati sul cozzo abbiamo trovato, chini con gli strumenti dell’archeologo in mano, gli studenti dell’università di Messina, che ora si avvicenderanno nei lavori di scavo, per un periodo di studio, pare, di cinque anni, sotto la supervisione del professor Gioacchino Francesco La Torre, loro docente di archeologia romana e profondo conoscitore della vicenda archeologica di questo territorio. Alcuni di loro, su Temesa, ci dicono, prepareranno addirittura la tesi di laurea, contribuendo così a fare definitiva luce sulla storia della città. Perché della sua esistenza qui, in quest’area della Calabria e del Mediterranea, oramai ne sono convinti quasi tutti. Investire in questa lunga campagna di scavi appare, dunque, più che giustificato, come sa bene anche la Soprintendenza calabrese, rappresentata sul territorio dal dottor Gregorio Aversa. Lavori che, da Settembre, secondo i programmi, si estenderanno a Campora, l’altro luogo d’elezione, che continua a restituire alla luce, da anni oramai, reperti di ogni tipo, conservati per ora presso il museo nazionale di Reggio Calabria, e necropoli di grandissima rilevanza scientifica. L’uomo che continua a spendere corpo e anima in questa vicenda, coordinando i lavori, continuerà ad essere l’archeologo Fabrizio Mollo, assertore, fin dalla prima ora, della bontà della tesi che vede Temesa posizionata in queste terre. A lui e al meritorio gruppo archeologico Alybas, presieduto dall’ingegner Franco Froio, vanno ascritti i risultati tangibili finora ottenuti. Decine di ritrovamenti, il museo di Serra d’Aiello, il parco archeologico di cozzo Piano Grande, sono la testimonianza della loro inappagabile sete di verità. Le autorità locali, in particolare a Serra d’Aiello, hanno fatto quanto hanno potuto, ma resta ancora tantissimo. In particolare a Campora gli studi andrebbero intensificati e di molto. Nonostante i risultati del convegno, ancora non si è riusciti a far comprendere alla Regione la necessità di investire sulla ricerca di Temesa. Basti pensare che esiste un un’area, in territorio “Principessa”, sempre nelle vicinanze dell’abitato camporese, dove i cocci di vasellame affiorano dal terreno come funghi. Del resto i 500 mila euro dell’A.P.Q., spesi a Serra, hanno consentito, oltre che ha realizzare museo e parco, a riportare alla luce una fattoria del VI secolo dal valore archeologico immenso. Nel corso della settimana passata, peraltro, gli scienziati dell’Istituto per i Processi Chimico-Fisici del CNR di Messina, sollecitati dall’università, hanno portare sul cozzo il Georadar, un’attrezzatura dal valore di diverse decine di migliaia di euro, capace di sondare il terreno sottostante e di individuare eventuali presenze archeologicamente importanti. I risultati si avranno fra una quindicina di giorni. Si tratta, riferiscono gli esperti, di un validissimo aiuto ai tradizionali sistemi, che potrebbe davvero imprimere una svolta nelle ricerche. Ma è evidente che chi può, anche nell’ambito del POR 2007/2013, dovrà avere la sensibilità di comprendere la valenza scientifica, ma anche culturale e turistica, che i copiosi ritrovamenti continuano a segnalare. La comunità scientifica mondiale e quelle locali attendono con ansia che questo finalmente avvenga.

2 commenti:

  1. FiloArcheologo22 aprile 2009 10:00

    Segnalo che su Facebook c'è un gruppo che si chiama "gli amici di Temesa".

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  2. Bella la foto del mio papà! Un ringraziamento sarebbe sempre gradito ;)

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