I sette fratelli Cervi fucilati. Una grande storia eroica

(Fonte Patria Indipendente, 20 aprile 2008, pag. 5)

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Per questo 25 aprile vogliamo rendere omaggio alla famiglia Cervi, ai sette fratelli: Ferdinando, Antenore, Aldo, Ettore, Agostino, Ovidio e Gelindo, fucilati dai fascisti; al loro padre Alcide, il vecchio “Cide”, e alla madre Genoeffa Cocconi, morta di crepacuore un anno dopo I’assasinio dei figli. La storia dei Cervi è notissima in mezzo mondo ed è stata raccontata mille e mille volte alle manifestazioni partigiane, nelle scuole, alle commemorazioni annuali e in tanti bei libri. Ma Patria ha voluto pensare ai ragazzi di oggi. Quanti di loro conoscono questa storia di coraggio e di abnegazione? Quanti hanno sentito parlare, almeno una volta, dei sette fratelli e della loro vicenda umana e politica? Forse pochi. E allora raccontiamola questa storia, per sommi capi, ancora una volta. Intanto abbiamo allegato alla rivista un piccolo libro pubblicato dagli Editori Riuniti nel 1956, curato dal giornalista Renato Nicolai. Nel librettino è lo stesso papà Cervi che racconta la storia della sua famiglia, la sua e dei figli e le loro battaglie, sui campi, per realizzare nuovi e moderni mezzi di produzione e di raccolta. Il vecchio Cervi spiega anche la nascita della coscienza antifascista e di classe di tutti i membri di quella specie di grande “cooperativa di mutua assistenza” che era la sua famiglia. Lui era un comunista vecchio stampo e vecchio stile. Un comunista che si era formato non sui libri e su Marx, ma nella vita di tutti giorni, da contadino operoso, attento e combattente. Nel suo essere comunista – come appare chiaro nel librettino – ci sono anche straordinarie sfumature di quel socialismo libertario e dei credenti che in Emilia era nato fin dall’inizio del secolo. Era quello che indicava “Gesù Cristo come il primo socialista della storia”. Un Gesù Cristo non certo dalla parte dei padroni, ma da quella dei contadini, sempre in lotta con i proprietari della terra. Oltre alle memorie di Papà Cervi pubblichiamo, nella doppia pagina del risvolto di copertina, una grande fotografia della famiglia Cervi: una immagine ritagliabile da utilizzare per i gruppi e circoli di giovani dell’ANPI. E ora, in poche parole, la storia di questa famiglia straordinaria. Al podere di Praticello di Gattatico, nei pressi di Campegine, i Cervi erano arrivati da Villa Olmo perché cercavano un terreno pieno di gobbe e di buche. Avevano appreso dalla “Riforma sociale” di Luigi Einaudi che quel tipo di terreno, poteva essere livellato per fare scorrere l’acqua che non avrebbe potuto più ristagnare. Avevano anche comprato uno dei primi trattori di tutta la zona. Amavano gli animali, avevano mucche e cavalli e allevavano piccioni e producevano un buonissimo miele. Inoltre, avevano persino uno speciale filtro olandese per la grappa. Poi avevano piantato, per la prima volta in Emilia, uva americana. Erano al corrente di tutto, modernissimi e attenti lettori dei libri che spiegavano che cosa dovevano fare gli agricoltori moderni. Questo aveva suscitato gelosie e attirato l’attenzione delle autorità fasciste. Tutti, da sempre, in casa, erano antifascisti; sia il vecchio “Cide” sia i figli e la loro madre che andava comunque sempre a messa. Quei giovanotti grandi e grossi giocavano spesso scherzi tremendi agli addetti all’ammasso per lo Stato. Una volta avevano “fatto ammalare” le mucche, macchiando il pelo degli animali, con un ferro da stiro. Così avevano potuto tenersi il latte. Al distretto per la chiamata al servizio militare, i fratelli andavano a turno scambiandosi il posto l’un l’altro. Naturalmente avevano, da sempre, stretti contatti con il movimento Antifascista e, in guerra, la loro casa si era riempita di prigionieri alleati fuggiti dai campi di prigionia. Tra loro un russo, Anatolij Tarasov. I Cervi fornivano anche grano e cibarie agli operai delle Reggiane e con loro discutevano di politica e di antifascismo. Il 26 luglio 1943, per festeggiare la caduta del fascismo, quella gran famiglia contadina, organizzò una grande pastasciuttata sull’aia della casa. Nelle pentole furono messi qualcosa come dieci quintali di pasta. E vennero a mangiare tutti i vicini di casa, gli amici, i parenti e i conoscenti. I Cervi erano ormai popolarissimi in tutta la zona. Quando anche in Emilia arrivarono i nazisti, cantine e fienili dei Cervi, diventarono depositi di armi e di bombe a mano, per i ragazzi che andavano verso la montagna. Anche loro fecero una breve puntata lassù, ma poi ritennero che la loro presenza in pianura fosse più importante per i collegamenti, le armi, la stampa clandestina. Erano anche un po’ romantici, guasconi, molto orgogliosi e persino giocherelloni. Pensavano che i fascisti non avrebbero mai osato attaccare quella loro casa-fortino che a volte ospitava perfino trenta prigionieri alleati. Invece, una mattina all’alba, dopo una notte di pioggia e vento, arrivarono più di 150 fascisti bene armati e organizzati e attaccarono casa Cervi. I fratelli, il vecchio “Cide” e i prigionieri alleati, risposero a lungo al fuoco dei fascisti. Ma poi finirono le munizioni e furono costretti ad uscire perché gli attaccanti avevano anche dato fuoco alla casa. Nelle camere, c’erano ancora le donne e i bimbi piccoli. Tutti i fratelli Cervi vennero trascinati via. Il vecchio “Cide” volle seguire a tutti i costi i ragazzi e finì in carcere con loro. Era ancora in cella e non lo informarono nemmeno quando i suoi sette figli vennero portati via e fucilati tutti insieme al poligono di tiro di Reggio Emilia. Era l’alba del 28 dicembre 1943. Da quel giorno, a Gattatico, furono le donne dei Cervi ad andare a lavorare nei campi: con il vecchio Alcide e i nipotini. Nell’immediato dopoguerra ad Alcide Cervi furono appuntate sul petto, dal presidente della Repubblica, sette Medaglie d’Argento assegnate ai suoi figli. Da quel giorno, lui viaggiò in mezzo mondo rappresentando l’antifascismo italiano. Partecipò sempre, con le sue sette medaglie sul petto, alle grandi manifestazioni partigiane, antifasciste e politiche. Morì nelle prime ore del 27 marzo 1970. Aveva novantaquattro anni. La casa dei Cervi, oggi, è uno straordinario museo della famiglia e dell’antifascismo.

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