Un Partigiano di nome Garibaldi

Con Giuseppe Garibaldi, l’eroe risorgimentale di cui ricorreva a luglio il bicentenario della nascita, ha in comune le origini genovesi e il nome con il quale viene chiamato dai suoi compagni partigiani, all’indomani dell’8 settembre 1943.
Parliamo di Luigi Gandolfo, un simpatico e loquace signore ligure con 82 primavere sulle spalle. Gandolfo, che d’estate torna nella nostra terra dove passa le vacanze assieme alla moglie calabrese, ci ha più volte raccontato le sue esperienze di vita e di combattente per la causa della Libertà contro i nazifascisti. Spesso i suoi ricordi cadono sugli anni in cui, più o meno a 17 anni (è della classe 1925), abbandona la città di Genova per seguire Aldo Gastaldi, nome di battaglia “Bisagno”, uno dei maggiori esponenti della Resistenza ligure che a 22 anni, già sottotenente del Genio, addetto a funzioni di marconista a Chiavari, forma sulle alture di Cichero, una frazione di San Colombano Certenoli sulle pendici del Monte Ramacelo, la più famosa e più temuta divisione operante nella zona, conosciuta appunto come Divisione Cichero.
«Quando sono arrivato su – rammenta Gandolfo -, le testuali parole sono state queste: "Guarda, qui devi decidere, perché qui niente può renderti gradevole la vita: c'è da rischiare, da fare della fame, prendere del freddo, tutti insieme per combattere questo nemico. Se vuoi rimanere, se no sei libero di andare dove vuoi". Così – dice - sono rimasto su con gli altri».
Nelle memorie del partigiano, che venne ribattezzato col nome di battaglia di Garibaldi per i suoi capelli biondi, si addensano gli avvenimenti, come se fosse appena ieri. La mente va a quella vita passata per ben 20 mesi tra i monti, tra turni di guardia, corvées, pattugliamenti, addestramento all'uso delle armi, rastrellamenti e duri combattimenti. Una esperienza drammatica, in cui vedi uccidere tuoi compagni e in cui capita, pure, di uccidere.
“Garibaldi”, che aveva la mansione di staffetta, ci racconta dei suoi compagni di viaggio. Personaggi come il già ricordato Aldo Gastaldi; Giovanni Serbandini (nome di battaglia Bini), poi deputato del PCI, poeta, giornalista e fondatore della edizione genovese de L’Unità; Giovambattista Canepa (nome di battaglia Marzo) e molti altri. Soprattutto però, ci narra della grande partecipazione popolare della Liguria alla guerra di Liberazione (18 mila combattenti, 3 mila morti); dell’orgoglio di essersi liberati da soli; e della mitica resa tedesca “senza condizioni” firmata dal generale Gunther Meinhold il 26 aprile e consegnata nella mani dell’operaio dell’Ansaldo, Remo Scappini.
Luigi Gandolfo, ora che il vento è cessato ed anche la bufera si è calmata, però non smette mai – mentre ci mostra la tessera dell’Anpi e la stella rossa garibaldina che portava sul cappello da combattente - di ricordare e raccontare gli avvenimenti di quegli anni. Le storie di queste persone speciali vanno certamente raccontate. Sono memorie da trasmettere ai giovani di «quest’Italia – scrive Franco Castelli, autore di una raccolta di testimonianze sui partigiani - così pericolosamente proclive alla cancellazione del passato, alla scomparsa dei ricordi, alla mistificazione strumentale della storia del Novecento».

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