Un viaggio chiamato amore. La vita di Sibilla Aleramo

UNA VITA davvero tormentata. Piena di amori, ma anche di delusioni, di dolore, di impegno sociale, di incontri importanti, di poesia e tenerezza. La vita di Rina Faccio o meglio di Sibilla Aleramo, la scrittrice e poetessa vissuta dal 1876 al 1960, è stata effettivamente così.
«Era una donna bellissima. I suoi capelli bianchi le incorniciavano il viso come un’aureola». Il ritratto che Livia Naccarato, poetessa e scrittrice originaria di Aiello Calabro (Cs), traccia della Aleramo in una recente conversazione, è puntuale e suggestivo.
La vita di Sibilla è molto movimentata e tormentata. Dapprima, la malattia mentale della madre, poi la violenza che subisce a soli 16 anni dalla quale, come conseguenza, ne deriva un matrimonio riparatore, un figlio e quindi il fallimento di questa non voluta unione coniugale. In seguito, ha diverse altre relazioni amorose, prima con il poeta Giovanni Cena che le darà lo pseudonimo di Sibilla Aleramo; poi con il pittore Cascella; il poeta Dino Campana, con cui ha una breve ed intensa quanto drammatica storia di amore (raccontata in "Un viaggio chiamato amore", il film diretto da Michele Placido, ed interpretato da Laura Morante e Stefano Accorsi, per la produzione di Rai Cinema, andato in onda lunedì 19 marzo su Rai Due); ed infine con il poeta Franco Matacotta, molto più giovane di lei.
La sua opera più famosa è "Una Donna" del 1906. Il libro «assume caratteristiche di manifesto, di emblema, dell'affermazione del diritto alla donna, alla sua libertà come persona umana indipendentemente dai vincoli del matrimonio, della famiglia e della maternità».
Il primo libro di poesie "Momenti" invece, viene pubblicato nel 1920 a cui seguono molti romanzi. Sibilla in questo periodo vive a Roma, in una mansarda di Via Margutta, ma viaggia spesso a Parigi dove molte sue opere sono tradotte e dove riceverà, nel 1933, il "Premio alla Latinità".
Nel secondo dopoguerra aderisce al PCI, si impegna, pure, intensamente in campo sociale. Collabora, all'"Unità" e alla rivista "Noi donne". Nel 1947 pubblica "Selva d'Amore" che otterrà l'anno successivo il premio Viareggio. Ma le ultime opere "Aiutatemi a dire" del 1951 e "Luci della mia sera" del 1956 (si trovano, unici esemplari, nella Biblioteca Nazionale – Lascito Falqui – sezione Libri d’Arte per la cui consultazione serve un permesso speciale), «assumono – ci dice la poetessa Naccarato - carattere di universalità poetica. Qui, il mito dell’amore atto ad infrangere le incrostazioni dell’antica sottomissione e ipocrisia si sublima e le luci che nel bel titolo illuminano la sua sera, sono quelle di cui una grande speranza umana, l’immagine di un armonioso paradiso su questa terra».
Negli ultimi anni della sua vita – morirà il 13 gennaio del 1960 a Roma -, Sibilla va fra la gente del popolo e nelle sezioni del partito a leggere le sue poesie. Sarà in questi frangenti che Livia Naccarato la conoscerà e subito ne ammirerà la dolcezza dei gesti e la poeticità dei suoi scritti.
«... Ai secoli e ai millenni di libertà/ Ai secoli e ai millenni di umana ascesa/ In questa nostra terra alfine degna/ Del grano, dell’ulivo e della rosa» (dalla lirica “Va lontano il nostro sorriso” tratto da “Luci della mia sera”). «Ci sono in questi versi, in queste parole, con la sua consueta carica di vita – evidenzia la poetessa Naccarato -, una grande fede in un mondo migliore e un grande messaggio di pace. Bene accogliamolo e cerchiamo di tradurlo in realtà; accogliamolo perché proprio in questo momento storico che stiamo vivendo di confusione e caduta degli ideali, abbiamo bisogno, invece, di credere fermamente in quegli ideali per i quali tante donne e tanti uomini hanno dato la vita».

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