6 dicembre 2016

Monongah, tragedia dell'emigrazione italiana. Vi perirono anche tre minatori di Lago (Cs)


TRA le centinaia di minatori morti a Monongah, West Virginia, il 6 dicembre 1907, ci sono una quarantina di calabresi. Secondo le cifre ufficiali dell’epoca, le vittime totali della sciagura sono 361, di cui 171 italiani. In seguito, si viene a sapere che probabilmente i morti si avvicinano a mille, la metà di origine italiana, provenienti da Abruzzo, Molise, Campania e appunto Calabria. I paesi da cui sono emigrati, ricordati in occasione del centenario, nel 2007, sono Caccuri, San Giovanni in Fiore, Carfizzi, Falerna, Guardia Piemontese, Strongoli, Castrovillari, Gioiosa Ionica, San Nicola dell'Alto. Da quache settimana, anche Lago, paesino in provincia di Cosenza, è incluso nell'elenco. Quel venerdì 6 dicembre, nella miniera della città del West Virginia interessata da una serie di forti esplosioni, muoiono anche tre emigrati di Lago. Un tributo di sangue che si va ad aggiungere alle storie già raccontate. Si chiamano Francesco Abate (Abbate), 42 anni, Carlo Giovanni, 19, e Giuseppe appena 14enne.
La tragedia per anni dimenticata viene ricostruita, analizzata e raccontata grazie allo studio di ricercatori e appassionati come Joseph Tropea della George Washington University che con perseveranza continua la sua ricerca dei parenti delle vittime. È soprattutto merito suo se si è riusciti a contattare in Italia figli e nipoti di quei poveri disgraziati. Nell'opera di divulgazione di questa triste pagina della più grave tragedia sul lavoro per gli emigrati italiani, anche un giornale come Gente d'Italia ha fatto la propria parte. Una pagina triste della storia dell'emigrazione italiana. “Come Marcinelle. Più di Marcinelle”.
Nei giorni 4 dicembre, giorno di S. Barbara patrona dei minatori, e 5 dicembre del 1907, giorno in cui viene anticipata la celebrazione di S. Nicola, la miniera di Monongah, dalla quale si estrae carbone ed ardesia, è rimasta chiusa. Il paesino dei monti Appalachi, tremila anime, ha avuto due giorni di festa per tutti. Secondo la ricostruzione del prof. Tropea, la Compagnia che gestisce la miniera, nei giorni di chiusura per risparmiare ha spento gli aereatori e di conseguenza il gas grisou si è accumulato nelle gallerie. Quel venerdì 6 dicembre, al ritorno al lavoro dei minatori, è bastata una scintilla per far saltare tutto in aria. Poco prima delle 10.30, due esplosioni devastano la miniera. Il boato si sente a 12 chilometri di distanza. Un terremoto che sconquassa il ventre della miniera e fa tremare la terra circostante. Subito dopo, è un coro di grida, di disperazione. Dalle baracche in cui vivono i minatori e le loro famiglie, mogli e figli, parenti, ed i minatori degli altri turni, si precipitano verso il luogo dello scoppio. Un fumo denso e aspro fuoriesce dagli ingressi. I soccorritori si danno da fare, ma la situazione è infernale. Si salveranno solo in 4 o 5. Nei giorni successivi, i corpi recuperati sono centinaia e centinaia, ammassati prima nella banca locale, e poi sul corso principale. Vi sono, tra i corpi dilaniati riconosciuti dai parenti, anche moltissimi non identificati che verranno seppelliti in fosse comuni. Circa 250 le vedove, e un migliaio gli orfani, le conseguenze che la tragedia ha lasciato. Le stime fatte a ridosso dell'incidente parlano di cifre più contenute rispetto a quelle ipotizzate successivamente. Molto importante, per non dimenticare quanto avvenuto, il ruolo del reverendo di Monongah, Everett Francis Briggs, che nel 1964 in una pubblicazione raccoglie documenti, testimonianze dei parenti.
Se il numero delle morti è controverso, quelle che invece appaiono certe sono le terribili condizioni di lavoro a cui sono sottoposti i minatori che possono contare - con il cd buddy system o pal system - nell’appoggio altrui per affrontare e sopportare le ostili condizioni di vita nei cantieri. Questi aiutanti, che si recano al seguito dei minatori dentro le gallerie, non vengono assunti, non è nemmeno registrato il loro ingresso. Prendono solo qualche mancia, a secondo della quantità di ardesia che riescono a portare in superficie. La paga dei minatori è poco meno di un dollaro al giorno, anche se in proporzione più alta di un bracciante calabrese di allora. Si vive in piccole baracche di proprietà della stessa compagnia mineraria, spesso fatiscenti e prive degli indispensabili servizi igienici. L'orario di lavoro è di più di dieci ore al giorno. Un tipo di lavoro che gli altri emigrati non sono più disposti a fare e che viene invece fatto dagli italiani che insieme a polacchi, slavi e turchi, avranno le maggiori perdite di vite.
Dopo il gravissimo incidente, purtroppo, non c’è l'interesse delle autorità per accertare le responsabilità, e anche i risarcimenti alle famiglie spesso non arrivano mai a destinazione.

LA RICOSTRUZIONE STORICA DEL PROF. TROPEA E LA VICENDA UMANA DELLA FAMIGLIA ABATE
Lo scorso mese di ottobre, Tropea ha visitato Lago (a sinistra, nella foto con Pino Cino), accompagnato da Enrico Grammaroli dell’Università Tor Vergata di Roma, per avere delle conferme sulle sue ricerche e sulle vittime laghitane. Una ricostruzione della vicenda della famiglia Abate -, che si è svolta tra gli archivi comunali, e parlando con le persone più anziane -, alla quale non hanno fatto mancare la solerte collaborazione Giuseppe Cino della neonata associazione dei “Laghitani nel Mondo”, e il cav. Salvatore Muto, mente storica degli emigrati laghitani.
Francesco Abate nasce a Lago nel 1865 da Carlo e Luigia Scanga, primo di 5 figli. All’età di 22 anni si sposa con Maria Gaetano di Castrovillari. Dal matrimonio nasceranno: Carlo Giovanni nel 1888, Giuseppe nel 1893, Luigia nel 1896, Battista nel 1898, Giovanni nel 1900 ed infine Enrico nel 1903, anno in cui la famiglia emigra in America in cerca di fortuna. Qui, il padre Francesco con i figli Carlo e Giuseppe vengono assunti dalla “Fairmont Cool Company” che opera nell'estrazione del carbone. Lavoreranno sotto terra a decine e decine di metri sotto le profondità del fiume West Fork, sino a quella mattina di dicembre. Gli Abate si trovavano tutti e tre nella galleria n° 6 dove perdono la vita - sempre stando alle cifre ufficiali fornite nel gennaio 1908 dall'Annual Report of Department of Mines del West Virginia - una sessantina di italiani, mentre più di un centinaio moriranno nella galleria n° 8.
Da allora, dopo la loro morte degli Abate si perde memoria della tragedia. Giuseppe, fratello di Francesco che era rimasto a vivere nella propria terra, di questa storia non aveva più saputo nulla, e né la pronipote che attualmente vive a Lago, con la quale ha avuto modo di parlare il prof. Tropea, ha mai saputo della sorte dei congiunti emigrati. Ora, grazie al lavoro di scavo del docente della cattedra di sociologia alla George Washington University, e figlio egli stesso di un minatore italiano di origini calabresi, che da una quarantina di anni compie ricerche sul disastro di Monongah, si conosce un pezzetto di storia in più di questi sfortunati nostri connazionali che invece di realizzare i loro sogni, in America hanno trovato la morte, sepolti lontano, su una collina di Monongah.
LINK UTILI - http://arlweb.msha.gov/DISASTER/MONONGAH/MONON1.asp

30 novembre 2016

La Calabria di Alvaro


di Carmelina Sicari - direttrice di Calabria Sconosciuta
Si è svolto a Reggio Calabria, alla biblioteca comunale accanto alla sala di Alvaro che conserva gli inediti dello scrittore, un incontro singolare organizzato dall'associazione Nuovo umanesimo. L'argomento era La Calabria di Alvaro. Singolare perché a tenere tale incontro è stato un geologo, Enzo Pizzonia, che ha posto al centro la responsabilità verso il territorio che a partire dai Diari lo scrittore di San Luca ha sempre testimoniato. La lettura tradizionale di Alvaro propone una formula, il realismo magico, che si rifà al discorso novecentesco di Bontempelli, ed al tema della memoria accorata e trasfigurante di una realtà remota e fascinosa. La Calabria è per Alvaro, vagabondo nel mondo, il paradiso perduto, il ritratto immobile rappresentato in Melusina uno dei suoi più intensi racconti. Ma tale formula si scontra con il mondo certo non idillico di Gente di Aspromonte, che è anzi violento. L'incipit lo dice. Non è bella la vita dei pastori. Si tratta di un realismo sociale. La sigla di tale realismo più forte della memoria e della sua fascinosa magia consiste in una visione del mondo diviso tra opposti senza conciliazione. In Gente d'Aspromonte l'abbondanza in cui vive il pigro padrone si contrappone all'oscurità ed alla penuria della vita dei pastori. E si capisce da che parte stia Alvaro proprio dalla figurazione dei pastori con i cappucci appoggiato ai lunghi bastoni come divinità minori sofferenti e neglette. L'abbondanza e la povertà nascono da questa violenta contrapposizione e da qui nasce il senso di giustizia che è il carattere dominante degli abitanti dell'Aspromonte e di Antonello, il protagonista. È anche il legame forte con le letture francesi perfettamente messo in luce da Anne Christine Faitrop-Porta in Cose di Francia. Il legame con la lettura dei Miserabili di Hugo ad esempio. Alvaro è così l'interprete per eccellenza non del carattere o del tipo umano che vive in Calabria ma di un'istanza umana universale che in Calabria si esprime più che altrove anche nel travestimento del male, nella perdizione e aberrazione. L'uomo in fuga che è il protagonista di tutti i romanzi ed i racconti alvariani, trova qui il suo rifugio per una strana sorte risarcitoria, rispetto alla terra ed emblematica per tutti gli uomini. Voi che amate la giustizia, venite in Calabria. Potrebbe suonare così l'appello attuale alla rigenerazione.
La prospettiva, nella lettura di Enzo Pizzonia, è la responsabilità nei confronti del territorio, la prossimità ad esso. La perdita dell'orizzonte di ciò che è vicino e prossimo ossia la responsabilità nei confronti di esso è recente. Il suo avvento è nella modernità e da ciò l'idea come di un sacrilegio di una sconsacrazione della terra che noi con termini edulcorati e soffici definiamo indifferenza. La lettura di Alvaro sotto questo profilo è nuova e stimolante.

Salute. Endometriosi ed alimentazione, consigli utili del biologo nutrizionista


di Saverio Bruni - Biologo Nutrizionista
L’endometriosi è una patologia cronica e complessa spesso dolorosa caratterizzata dalla crescita anomala dell’endometrio (normalmente posizionato all’interno dell’utero) in altri organi come ovaie, intestino, tube, peritoneo. Questa localizzazione atipica dell’endometrio causa infiammazioni croniche, sanguinamenti interni, infertilità ed aderenze.
L’endometriosi è una patologia molto diffusa, in Italia le donne con diagnosi conclamata di endometriosi sono almeno 3 milioni.
Per chi soffre di endometriosi è consigliato seguire una dieta specifica. La terapia dietetica non deve intendersi come sostitutiva della terapia farmacologica ma come supporto/integrazione.
La dieta deve essere personalizzata in base al quadro fisiopatologico di ogni paziente che deve essere poi seguito nel tempo da uno specialista. Per questo motivo le indicazioni presenti in questo articolo sono puramente generali e vanno contestualizzate in base a ciascun individuo sotto la supervisione di un medico, nutrizionista o specialista.
La dieta deve essere caratterizzata da un basso consumo di carni, cioccolato, caffeina, latte e derivati. Da limitare/evitare tutti quegli alimenti che contengono fitoestrogeni come la soia perché la malattia è ormonodipendente. Inoltre il consumo di carni latte e derivati può contribuire alla stimolazione/produzione di prostaglandine (PGE2, e PGF2A) molecole responsabili di alcuni processi infiammatori. Inoltre se industriali possono contenere inquinanti ambientali.
Contestualmente bisogna ridurre il consumo di alimenti ricchi di grassi saturi come burro e margarina, bevande ad alto contenuto di zucchero e carboidrati raffinati. Bisogna porre particolare attenzione ai grassi idrogenati o trans, presenti in molte marche di grissini, fette biscottate, biscotti, merendine, torte, nonché pop corn, patatine ecc.

21 novembre 2016

Le Lettere di San Francesco di Paola ed il quadro del Santo a Montalto Uffugo. Presentazione il 30 novembre a Cosenza del libro di Giuseppe Leonetti

COSENZA - Mercoledì 30 Novembre alle ore 16:00 presso la sede della Confindustria in Via Tocci l’Associazione Elettra insieme a ilfilorosso presenteranno l’ultimo volume edito da ilfilorosso editore “Le Lettere di San Francesco di Paola ed il quadro del Santo a Montalto Uffugo” del professore Giuseppe Leonetti.

“Il libro di Giuseppe Leonetti, pur avendo al centro Francesco di Paola, non è però un’ulteriore biografia del santo, ma si occupa di due aspetti controversi e solo apparentemente minori legati a San Francesco. Il primo, di particolare importanza riguarda le Lettere; il secondo, di carattere iconografico, si sofferma sul significato dei simboli presenti nelle Lettere, ma anche sul ritratto di San Francesco conservato nella chiesa della SS. Annunziata di Montalto Uffugo e che Leonetti definisce come unico ritratto dal vero fatto al Santo ancora vivente. Il problema delle Lettere viene affrontato con rigore e ampiamente documentato dall’autore che ripercorre la storia spinosa e tormentata circa l’autenticità del corpus delle Lettere di Francesco. (…) La seconda parte del lavoro è dedicata ad un tema di grande interesse. Leonetti, partendo dai simboli grafici presenti nelle Lettere, si sofferma in modo particolare sul simbolo della croce presente in tutte le lettere e presentato in numerose varianti in modo quasi “ossessivo” tanto da far pensare, per i toni e i rimandi, ad una sorta di nuova Renovatio di stampo gioachimita. (…) I simboli vengono analizzati nei loro elementi costitutivi con un lavoro meticoloso e in un itinerario affascinante di riferimenti scritturali, alchemici, artistici, psicologici e astronomici. L’immagine di San Francesco nel dipinto di Montalto, della cui autenticità l’autore è sostenitore, diventa un concentrato di simboli che l’ignoto pittore ha voluto inserire nel dipinto in forma, forse, volutamente oscura ai più. Sono ipotesi, ma non peregrine, che l’autore azzarda motivandole, per quanto è possibile, come quella sull’identità dell’artista che ha dipinto il ritratto montaltese”. 
Dalla prefazione al volume di Luigina Guarasci.

A dialogare con l’autore ci saranno Pina Falcone, presidente dell’associazione Elettra, Luigina Guarasci direttore de ilfilorosso e Enzo Ferraro, critico e saggista, collaboratore de ilfilorosso.
La discussione sarà accompagnata da interventi musicali a cura di: Antonio Mannarino, Luigi Ripoli, Gianpaolo Lavorata del Liceo Musicale Lucrezia della Valle (CS) diretti dal Maestro Anna stella Cirigliano.

Giuseppe Leonetti, di Montalto Uffugo in provincia di Cosenza, si è laureato in Lettere Classiche presso l’Unical ed è docente ordinario di italiano, latino e greco nel Liceo Classico Statale “Gioacchino da Fiore” di Rende. Le sue ricerche spaziano dalla letteratura classica alla letteratura italiana con una predilezione per le analisi di taglio semiologico ed antropologico. Collabora con varie associazioni culturali fra cui l’Accademia montaltina degli inculti per la quale ha tenuto numerosi seminari e conferenze pubblicando vari studi sulla filosofia, la teologia e la scienza nel seicento.