16 febbraio 2017

Ecce homo. Maurizio Ferraris docente di Filosofia all'Università di Torino torna a parlare di Nietzsche e del periodo torinese del filosofo


di Carmelina Sicari - Direttrice di Calabria Sconosciuta
L'ho provato, ho provato l'ineffabile sensazione di comprendere dinanzi ad un'immagine. Di comprendere il senso del titolo nietzscheano Ecce homo e l'immagine era quella del Cristo alla colonna. Ineffabile dicevo. La gioia di avere compreso fino in fondo il senso che il filosofo voleva comunicarci. La fine dell'uomo, il suo crollo in una barbarie sanguinolenta, più violenta di quella dei tempi andati della fionda e dell'attacco delle belve.
Mi trovavo ad Acireale per il carnevale, uno dei più celebri in terra di Sicilia. Non so come capitai in una chiesa e lì l'incontro con il busto del Cristo. Il suo volto coperto di sangue era l'icona della sofferenza. Ma c'era qualcosa di più di una semplice visualizzazione del dolore. C'era la denuncia dei persecutori, della loro ferocia, del progetto sadico per eccellenza di voler togliere dignità a chi era in loro balia. Tutto questo denunciava quel volto e soprattutto gli occhi. In un lampo mi passarono davanti i campi di concentramento, gli ebrei, il sei agosto delle bombe atomiche chiamate per irrisione, little boy, bambino. E giù giù fino all'opaca quotidianità di oggi, il bullismo, il femminicidio. La ferocia. Togliere dignità alle vittime cadute in balia, ai deboli, agli orfani, ai vecchi, alle donne, ai bambini. Per uscire dalla barbarie nel Medio Evo ci fu un progetto pedagogico, le cavallerie. I cavalieri pronunciavano un solenne giuramento in cui si facevano paladini e scudo di donne, vecchi e bambini. Sul loro onore. L'utopia attribuisce proprio al contrario della ferocia, la dignità all'uomo. Chisciotte nel suo viaggio incontra malandrini, prostitute, ma da cavaliere li trasfigura conferisce loro dignità e come per incanto la dignità viene recuperata. Ecce homo scritto nel 1888 in apparenza è un autoritratto dell'autore scritto prima della follia che fa da pendant al Caso Wagner e che intende proporre l'aforisma come si diventa quello che si vuole. In realtà è folgorante ed allusivo come sono tutte le opere del grande filosofo, e profetico. Eppure la grandi tragedie che dovevano accadere nel secolo successivo, il secolo breve, dovevano ancora accadere.
Maurizio Ferraris dedica ad Ecce homo un intenso saggio uscito nel 2015. Così come aveva narrato la volontà di potenza del filosofo, intuisce l'ironia contenuta nell'autoritratto che corrisponde all'affermazione-aforisma di un altro passo là dove Nietzsche dichiara perché sono così intelligente. La disperata ironia corrisponde alla disperata solitudine, l'intelligenza profetica all'ottusità, di tutti o quasi. La follia scoppiata a Torino è forse la distanza tra Ecce homo e L’Oltre Uomo. La profezia di un essere luminoso che riderà dello stato precedente così come ora l'uomo ride della scimmia. Ecce homo è la parte finale di un ciclo ed apre alla speranza di un rinnovamento totale.

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