Auctoritas e maestri

La morte di Socrate Jacques-Louis David
di Carmelina Sicari – Direttrice di Calabria Sconosciuta
Mi ha fatto venire in mente il tema Medievale dell'auctoritas, quel lettore di Calabria Sconosciuta che con insolita arroganza tacciava di stupidità l'autore di un articolo. Mi è venuta in mente la lunga quaestio sulle auctoritates che tra le varie università nel Medioevo si svolgeva tra discipuli e magistri.
Il mondo medievale era molto più dinamico rispetto al nostro e i discipuli si spostavano da una università all'altra secondo i magistri ed addiritttura magistri in una disciplina divenivano discipuli di un'altra purché l'auctoritas del magister fosse autentica e davvero alta.
Ma l'auctoritas da che cosa proveniva? Non solo dal sapere ma anche dalla morale e dalla capacità di avere appunto discipuli. Il discipulus era auditor, uno che ascoltava. Per ascoltare il sermo del magister questi doveva avere verità oltre a sapienza. Non bastava dunque l'invettiva né la superbia ma il sermo oltre che provvisto di suasoria, di peithò dell'arte della persuasione doveva essere profondo ed umile insieme. L'esempio stringente è il sermo di Socrate nei dialoghi di Platone. Specie quello che discetta sull'immortalità dell'anima. Socrate mentre beve il veleno ossia mentre guarda in faccia la morte, la sua morte e discute dell'immortalità come il cigno che canta il suo canto più sublime mentre sta per morire. Lì è la nascita della filosofia.
Ma chi è dunque il magister? È chi conosce la differenza tra bene e male ed opera per il bene. La nostra età si caratterizza per la mancanza di coscienza che è appunto la scienza della differenza del bene e del male.
In 1984 di Orwell, il grande fratello cerca di convincere tutti che odio è amore, la stessa cosa dell'amore e così che la guerra è pace, è la stessa cosa della pace. Vuole cancellare la differenza su cui si fonda la coscienza. Non dunque chi disprezza o taccia di ignoranza gli altri è maestro ma chi è umile e cerca e testimonia la verità.

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