Fiabe calabresi

di Carmelina Sicari – Direttrice di Calabria Sconosciuta
Ho raccolto attraverso i ricordi della mia infanzia le favole che mia madre mi narrava. Ci sono motivi di grande interesse antropologico per una piccola comunità ai piedi dell'Aspromonte a cui i racconti si riferiscono. Innanzitutto il lieto fine e poi una sorta di Vangelo popolare o meglio dei poveri. Tutto quello che accade è bene. E tutto accade perché la giustizia sia ristabilita.
Così ne Il mondo sottano dove il termine sottano sta per sotterraneo con echi impliciti alla zona oscura dell'inconscio, i ricchi piangono ed i poveri danzano. Viene ristabilita in tal modo una giustizia primordiale in cui i ricchi sono in qualche misura contro l'ordine giusto, il kosmos, con termine greco. Ploutos è un demone che tormenta con la sua inutilità, con l'impossibilità di produrre gioia. Ma c'è anche in chiave ironica il rifiuto della ricchezza da parte di Peromnia, Secula e Seculorum. Il racconto individua il disagio popolare verso quella che un tempo era la lingua ufficiale della chiesa, il latino. Ironia bonaria e sorridente di benevolenza con sempre al fondo la supremazia della povertà sulla ricchezza. Si trattava di un'autentica ideologia non fondata sulla revanche bensì proprio sul Vangelo eterno. La buona novella della gioia, del gaudio è stata diffusa tra i poveri. Essa è fondata anche sull'annuncio della misericordia: I poveri ed i peccatori precederanno nel regno dei cieli. Il racconto della coppola che entra in Paradiso con un trucco sembra voler illustrare non tanto l'astuzia quanto l'aspetto della misericordia.

Il mago chiaccherone
Avete mai sentito dire di uno che pratica la magia e che non riesca a mantenere il segreto sulla sua arte? Perché come ben sapete non c'è magia che non sia occulta, segretissima, che non contenga cioè dei principi che non possono essere rivelati pena la fine della loro efficacia. Anzi il duello che si svolge con la scienza è dovuto proprio a questa differenza, la scienza rivela i suoi principi, la magia no.
Aginulfo era dunque un mago singolare. Innanzitutto vestiva modestamente e non si atteggiava a scienziato e tanto meno a mago, non aveva un'aria austera e solenne né tanto meno misteriosa ed oscura. Amava la luce del sole e non le tenebre e andava distribuendo a tutti consigli, ricette per i vari mali dell'anima e del corpo.
Carlo, una volta, fece per piegarsi per prendere qualcosa che gli era caduto e non riuscì a rialzarsi. Rimase piegato in due come per un incantesimo. Si diceva allora che certe volta passa l'angelo a sfiorare con le sue dita leggere l'essere umano per ricordargli che è uomo e che ha limiti e così gli infligge una sofferenza lieve o grave che sia. Fecero di tutto i medici, con impacchi, erbe, pozioni. Ma Carlo restava inesorabilmente piegato in due e non poteva neppure andare a letto, condannato all'insonnia. Poi gli venne in mente di ricorrere al mago. Lo mandò a chiamare dato che raramente si spostava sia per il dolore che per la vergogna. Quello venne, vide e gli posò due dita sulla schiena. Un secondo e il dolore sparì. Carlo si raddrizzò stupito, prese a correre, si sdraiò nel letto e poi ululando di gioia prese a fare capriole. Un autentico miracolo e come tale fu a lungo oggetto di racconti che circolavano le sere di inverno nei catoi dove il braciere serviva da centro di riunione delle comari del vicinato.
I catoi erano i bassi dove in genere i poveri si ritrovavano ad abitare insieme alle galline ed altri animali che fungevano da compagnia ed anche da cibo di riserva quando i tempi implacabili delle piogge impedivano di muoversi alla ricerca di sostentamento. Allora si tirava il collo ad una gallina pronunciando la famosa frase: - Morte a te e salute al tuo padrone. Perchè l'animale è sacro e bisogna operare con circospezione e pronunciando frasi chiare apotropaiche capaci di allontanare l'invidia ed il male. Nei catoi c'era la luce di candele o di lampade al petrolio o solo talora quella della luna che penetrava tra le fessure degli usci sgangherati. Non si parlava d'altro che della guarigione miracolosa. Ma il mago, il vero protagonista della vicenda, prese a passare da catoio a catoio a descrivere come avesse fatto. - Vedete ci sono dei centri di energia nel corpo umano e bisogna intervenire su quelli. Non importa come si chiamano. Il fatto è che la malattia è oscuramento di energia, mancanza e bisogna reintegrarla.
Perché non manteneva il segreto sulla sua arte?
Finchè giunse in paese il farmacista. Arringava i paesani ogni volta che mettevano piede dentro il suo negozio. Lo speziale lo chiamavano. Faceva pozioni misteriose e dava ostinatamente qualsiasi disturbo accusassero i paesani, un purgante. Presto si videro clamorosamente gli effetti. Curate indistintamente con il purgante, i germi si moliplicaromo. Proliferarono, trionfarono. E cominciarono i morti. Lo speziale non si perse d'animo. Organizzava i funerali, metteva in fila le persone davanti alla carrozza perché allora si usava la carrozza con i cavalli col pennacchio tutto nero, naturalmente per i benestanti. Nello stesso tempo organizzava una campagna contro il mago chiaccherone. - È l'effetto della sua presenza qui. Bisogna cacciarlo. Tra i suoi meriti indubbiamente c'era, nell'organizzazione dei funerali, la banda che suonava l'eroica di Beethoven ma molti ritenevano che questo onore attribuito indistintamente a tutti fosse un po' grottesco dato che non tutti avevano statura eroica. Ed alla fine prevalse il senso dei fatti. Chi doveva essere cacciato era lui, lo speziale e non il mago, perchè il mago faceva del bene e non aveva mai organizzato funerali. Si consumò allora il più gigantesco duello tra scienza e magia dai tempi di Paracelso con una vittoria inversa. Ad avere la meglio non fu la scienza.



Il mondo sottano
Un giorno sotto il fico dell'orto si aprì una strana buca e Gianni ci si infilò dentro senza pensarci nemmeno. Era come un budello che si prolungava e si prolungava e lo costrinse per un lungo pezzo a strisciare. Ma Gianni non si scoraggiava. Sapeva di strani racconti di tesori nascosti all'epoca delle invasioni turche.
Quando i Turchi arrivavano alla marina allora le campane si metteva a suonare tutte insieme e gli abitanti del villaggio fuggivano per i campi o su per i monti portando con sé i tesori che nascondevano alla men peggio. Speravano poi di rintracciarli. Molti di questi tesori così restavano sepolti perchè i proprietari non potevano tornare indietro a riprenderli, vuoi perchè i Turchi finivano col catturarli, vuoi perchè li sorprendeva la malattia o la morte e vuoi perchè finivano per lo spavento e lo spaesamento col perdere la memoria.
Quel budello sotterraneo sicuramente portava ad un tesoro. Gianni ne era sicuro e continuava a strisciare. Dei vari buchi d'oro che ormai avevano reso la montagna una vera e propria gruviera, quello era troppo lungo per essere casuale. Certo i cercatori di tesori erano fioriti a centinaia ed avevano fatto buchi dappertutto convinti che prima o poi avrebbero messo le mani su uno di quei tesori dimenticati. Ma questa doveva essere per forza la volta buona. Finalmente in fondo si vedeva la luce e sbucò come d'improvviso in un grande spiazzo luminoso. Com'era straordinario il mondo sottano: era grandissimo. Respirò e si sedette a godersi la sensazione di libertà e di benessere. Così li vide. Persone, uomini e donne, in ricchi vestiti, passeggiavano avanti e indietro e... piangevano. Ne fu stupito. Tutto nella loro figura diceva benessere e opulenza addirittura. Perchè? Perchè piangevano e si lamentavano trascinandosi in lunghe processioni? Ma il suo stupore fu ancora più grande quando in una via laterale sentì strani rumori di tamburi e ritmi di danza. Corse da quella parte e lo spettacolo non fu meno stupefacente. Gente stracciata e coperta di cenci danzava all'impazzata. Tutte le tarantelle del mondo sembravano essere ospitate qui. I cenciosi si riunivano in gruppi e procedevano a ritmo incalzante, intrecciandosi, dividendosi, riprendendo dopo pause impercettibili. Gianni si prese la testa fra le mani. Non capiva. Poi decise di chiedere. Perchè? La persona a cui si rivolse sorrise di un sorriso ineffabile. - Noi abbiamo vissuto la gioia e i ricchi non possono in alcun modo conoscere la gioia. Vuoi perchè temono costantemente di essere privati dei loro beni dai ladri, dagli assassini, vuoi perchè sono avidi e desiderano sempre più. Il pianto che li dominava ora esplode esplicitamente e rivela la loro vera miseria. Gianni inorridì. In fretta pensò che doveva risalire e non cercare tesori. E mentre riprendeva la via del ritorno pensò che doveva dirlo a tutti, raccontare ciò che aveva visto in modo che nessuno cercasse più tesori.

Peromnia
La strana storia di Peromnia cominciò come per caso. Cata aveva finito da poco i lavori della cucina che rassettava sempre all'alba. Cata era la governante perpetua del vecchio parroco nel villaggio dell'Aspromonte. Sentì strani rumori alla porta posteriore, quella che dava sul giardino e corse a vedere. Un fagotto avvoltolato e mobile. Cata ottimista per natura pensò che qualcuno avesse portato un regalo al vecchio parroco. Che so una gallina ma il fagotto mobile aveva dimensioni più grandi. Allora un coniglio... Ma sgranò tanto d'occhi e provò un tremendo spavento quando sentì strani gridolini che presto si rivelarono vagiti. Con mani tremanti aprì lo strano fagotto per scoprire dentro un neonato tutto nudo che si dimenava e berciava e siccome tardava ad estrarlo si mise a succhiarle il dito. Cata detta Catuzza si contorse, si strappò i capelli e poi d'un tratto decise. Avrebbe trattenuto il neonato. Problema di latte non ce n'era, c'era la capra nera che ne aveva in abbondanza e che talora strepitava per le mammelle troppo piene che le facevano male e che andavano strizzate spesso. Panni non c'era problema con le vecchie gonne sue e gli abiti talari di don Nuccio dismesse. L'unico problema era il nome. Cata ci pensò intensamente per giorni e giorni. Il nome era importante. Il nome aveva in sé un destino, anzi il destino. Ci voleva un nome importante per il suo piccolo protetto. Un nome che non riconducesse ad una paternità locale, come poteva essere Giuseppe o Ciccio o Vincenzo. Finchè il nome si fece strada. Don Nuccio pronunciava spesso uno strano nome: Perominia Secula Seculorum che doveva essere il nome importante di qualche vescovo o Papa tant'è vero che tutto il popolo con reverenza rispondeva Amen. L'avrebbe chiamato Peromnia. Don Nuccio quasi non si accorse della presenza del piccolo che pieno del latte della capra nera dormiva notte e giorno, completamente sazio. E poi aveva troppo da fare nell'orto dopo le funzioni e la lettura del breviario. Guardava il frugoletto che correva per casa a quattro zampe con noncuranza senza stupore e non chiedeva il perchè della sua presenza. Allo scadere esatto dell'anno ecco che all'alba alla stessa porta dell'orto Cata sente un tramestio. Un singolare presentimento e uno sbalordimento la sorprende. Un altro fagotto ululante questa volta, una bambina. La chiamò Secula. E poi quando dopo un anno arrivò il terzo non rimase che chiamarlo Seculorum. Se ne fosse comparso un altro non c'erano altri nomi. Per fortuna non comparì alcun altro e i tre fanciulli crebbero presto accuditi da Cata. Servivano Messa e sembravano tre angeli del cielo con i capelli biondi riccioluti. Peromnia suonava la pianola, Secula rispondeva in latino e Seculorum raccoglieva in chiesa le offerte. Il villaggio era felice di vederli crescere così. Per tutti erano veri e propri angeli mandati dal cielo. Quando furono adolescenti poi presero ad assistere i malati, a portare i frutti dell'orto ai poveri a confortare le vedove. Si rafforzò così l'idea della loro missione divina. Sicché quando un giorno mentre si celebrava la Messa giunse un carrozza in paese tutti furono colti di sorpresa. Come avesse fatto a salire per i tornanti della collina dove sorgeva il villaggio nessuno riusciva ad immaginare. Burroni scoscesi da dove in genere venivano precipitati gli asini e le capre zoppi circondavano da un lato e dall'altro la strada serpentina. Quella grande carrozza nessuno riusciva ad immaginare che potesse passare. E poi come si era arrampicata per le insilicate strade fatte di pietra appuntite da dove invece cadevano le donne fino alla piccola chiesa? Scese dalla carrozza una signora avvolta in una straordinaria volpe che le copriva il collo e le spalle mentre un cappello a larghe falde calato sulla fronte quasi le nascondeva il volto. Entrò rapida in chiesa e redarguì subito il parroco. - Restituitemi i miei figli. So che sono qui. Mi sono stati rapiti e voi siete tutti responsabili. La gente fremette. Era venuta a prendersi gli angeli. Ma con che diritto? Il Signore li aveva mandati a loro per conforto. Un sordo brontolìo si diffuse fra la gente mentre il vecchio parroco continuava a celebrare in latino. Peromnia Secula Seculorum si fecero avanti e rivolti alla donna in volpe: -Via, disse Peromnia, alzando il dito. Ci hai abbandonati ed ora torni a riprenderci. Sparisci, fece eco Secula, non puoi essere, così conciata, nostra madre. - Torna da dove sei venuta, gridò Seculorum. La signora confusa arretrò, barcollò e poi volse le spalle e fuggì. Nessuno osò da quel momento pretendere che gli angeli si allontanassero dal villaggio.

La coppola in cielo
Mastro Peppino non aveva certo fama di santo nel villaggio. Era un piccolo imbroglione di cui si conoscevano e si enumeravano tutte le malefatte. Si era ultimamente unito ad una brutta compagnia che per riconoscersi come segno di distinzione portava la coppola. Rubavano, facevano piccoli imbrogli per tirare a campare. Una notte imperversava una terribile tempesta. Il vento ululava penetrando nelle fessure dei catoi. Tutti si erano ritirati. Solo lui, mastro Peppino girovagava per il paese come un'anima spatania, senza dimora. - Anima spatania diceva mia nonna è come la terra senza padrone, abbandonata, vagabonda. Guardatene.
Sopra un asinello arrancava un vecchio monaco. Si stringeva addosso un mantello sbrindellato che certo non riusciva a coprirlo. A quell'epoca nelle montagne circostanti vivevano questi monaci che pregavano e si nutrivano di erbe. Vivevano nelle grotte, negli anfratti ed erano magrissimi e coperti di pelo. La gente del luogo gli portava talora cibo e uova in cambio di ricette per i malanni, decotti e preghiere. Mai che lo facesse don Peppino che in genere li scherniva per la superstizione come diceva. Ora solo sotto la pioggia vide il somarello che arrancava e che a un certo punto stramazzò al suolo gettando sulla insilicata il povero vecchio monaco. Gli venne da ridere ma come se un istinto diverso prendesse il sopravvento si accostò, rialzò da terra il monaco e gli offrì il suo mantello che era un po' più spesso e meno fradicio. Il monaco alzò la mano benedicente e gli disse: - Chiedimi qualsiasi cosa. Che vuoi, figliolo? Mastro Peppino non sapeva che dire. Soldi, certamente il monaco non ne aveva. La salute? Ma non poteva durare in eterno. Disse la prima cosa che gli venne in mente. - Che non mi separi mai da questa coppola. Passarono gli anni e mastro Peppino continuò a farne di cotte e di crude. Non si contavano i figli illegittimi sparsi nelle campagne e stramandati, affidati a balia, abbandonati in una parola. Non si contavano le persone truffate finchè lo colse una terribile malattia e giunse in punto di morte. In fretta decise di intraprendere la scalata del cielo. Chiamò il vecchio parroco e gli diede la delega dei suoi beni perchè provvedesse ai trovatelli. Il parroco perplesso gli confessò che era una missione impossibile. E mentre tentava di escogitare qualche altra cosa il severo angelo della morte lo colse e lo condusse da S. Pietro. Il custode della dimora celeste lo guardò severamente. Gli erano davanti tutte le malefatte di don Peppino. Non c'era scampo. Alzò la mano per... Don Peppino rigirava tra le mani la sua coppola dalla quale non si era mai separato. Ed allora in un lampo di genio, la lanciò dentro la dimora, oltre la porta e poi volto al suo severo giudice esclamò: - Non posso, non posso separarmi da essa. E fu così che le porte del paradiso si aprirono al primo, che doveva essere seguito da altri, peccatore.

Monaci
Abitavano nelle grotte e Pino non riusciva ad immaginare come avessero fatto ad entrarci. Erano infatti ad una certa altezza dal suolo e certo dovevano aver fatto un balzo per arrivarci e certo non erano più usciti. Ecco dovevano essere entrati da giovani ed ora che si erano fatti vecchi non potevano più uscire. La gente del posto portava uova e formaggi per il loro sostentamento ed in cambio riceveva erbe mediche consigli e benedizioni. Era la prima volta che andava e provava una certa apprensione. La nonna che doveva accompagnare gli aveva raccontato di un monaco stilita che stava su una colonna più in alto degli altri ed era pelle ed ossa. Non si allontanava mai dalla sua postazione e per prendere il cibo usava una canna. Una cintura di pelli gli copriva i fianchi. Arrivarono nell'orrido vallone dove si aprivano i buchi dei monaci. Una domanda affiorò alla mente di Pino: - Perchè, perchè dovessero trascorrere la vita così? - Per i nostri peccati, rispose la nonna quando egli formulò esplicitamente la domanda. Ma la cosa gli riuscì ugualmente incomprensibile. Decise che l'avrebbe chiesto a loro. C'erano molti visitatori ed alcuni cercavano di restar soli per parlare dei loro problemi. Pino si addentrò nella salita lungo il fianco della montagna là dove non tutti potevano spingersi e vide una testa che dall'alto si sporgeva con una specie di acqua che scorreva ma non era proprio acqua. Sembrava neve soffice e leggera. Ma quando giunse proprio sotto si accorse che si trattava di una lunga barba bianca arricciata persino. Solo gli occhi emergevano da quella folta barba neppure la bocca. La bocca parlò: - Hai portato un forbicione? - Che? - Un forbicione per tagliare il gran barbone. Pino scosse il capo e la testa si ritirò. Invano provò a richiamarlo, non apparve più. La sua sparizione lo deluse parecchio e nei giorni seguenti e specie le notti il pensiero di lui del barbone bianco lo tormentava. Di nascosto, una notte prese una grande forbice e la via della montagna. Camminò e camminò tutto solo alla luce della grande luna che quella notte era piena ed illuminava il cammino. Non aveva paura e tutto sembrava favorire il suo cammino. Tacevano le voci intorno e gli ululati dei lupi, tacevano gli zirlii delle cicale e dei grilli e le lucciole danzandogli attorno sembravano organizzare danze gioiose. Giunse infine e il barbone pendeva lungo e spumoso: - Sei arrivato finalmente, gridò nel silenzio la voce roca del monaco. Afferrò le forbici che con un'asticella Pino gli porgeva e prese a tagliare la barba. Pino incantato restava sotto e i fiocchi presero a cadergli addosso, lentamente, ma intensamente tanto da ricoprirlo intero. Un mantello di fiocchi bianchi e quando tutto ne fu coperto. Pino si sentì sollevare, sollevare in alto fino alla grotta e scoprì che non desiderava altro che restare con lui, con loro perchè era destinato ad essere monaco anche lui.

Gianni già l'urso
Aveva un pugno micidiale, Gianni. E sul palmo c'era scritto il suo peso. 200 quintali. Se il suo pugno si abbatteva su un tronco lo sradicava dalle radici, se si abbatteva su un muro, si apriva una voragine immensa. Tutti lo temevano e lui era stanco di cimentarsi nei tornei di paese in cui era dato per vincitore fin dall'inizio. Decise perciò di andare in giro per il mondo a cercare avversari degni di lui con cui cimentarsi in competizione. Arrivò ad un villaggio dove le case erano ricavate nella roccia con lunghi comignoli. Venivano chiamate le case ricce. Chiese al primo passante chi fosse l'uomo più forte. Oh, disse questi, ne abbiamo davvero uno che dicono sia il più forte del mondo. Venne avanti una specie di toro, i muscoli gonfi e la faccia truce. - Mi chiamo Pat il toro, disse con voce roboante. - Ed io sono Gianni l'urso. E questa è la mia tara, e mostrò la scritta sul palmo. L'altro impallidì e si ritrasse. - Mi arrendo, disse, io non arrivo a 50 quintali. Gianni riprese il suo cammino. Giunse in un altro villaggio. Qui le case avevano cupole per tetti e sembravano grosse mele. C'era uno forte anche qui e si presentò con un gigantesco seguito di ammiratori. - Quanto dichiari, gridò dall'altro capo della strada. Gianni già l'urso tese il palmo che sembrò scintillare alla luce del sole. L'altro impallidì e se la diede a gambe. Quando giunse al villaggio successivo di case minuscole quasi vi abitassero i lillipuziani, Gianni era tranquillo. Si sarebbe ripetuta la stessa scena. Come forte del villaggio gli venne incontro un ragazzino appena più alto degli altri. Non gli chiese la dichiarazione di forza e ad un tratto qualcosa come un ricordo lontano cominciò a frullare nella testa di Gianni. Stette fermo piantato sulle gambe. Impossibile che quel bambino potesse avere la meglio su di lui. Ma cos'era che doveva ricordare. Ciò che è piccolo, ciò che è piccolo è pericoloso. Gli venne in mente il gigante abbattuto da un sasso, il gigante dai piedi di argilla. Stava per battere in ritirata quando come un vento lo afferrò, lo fece roteare su di se e lo sbattè a terra. Perché non esiste la forza fisica. Una voce gli rintronava nel cervello. C'è la forza mentale.

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