Visita a Tiriolo

di Franco Pedatella

Lo spirto di avventura mi ha portato
a Tiriolo, ove le artigiane
tessono al telaio e col filato
ornati fan vestiti di pacchiane.

La tomba brettia a camera ho veduto
nel bel museo, che narra del passato
al Càlabro distratto, ch’è annegato
nel modernismo ogni dí vissuto.

Nel tempio la Madonna della Neve
mira pietosa chi par che s’appressi
a l’adorar ma l’intenzion gli è lieve
e cede a volontà di chi lo pressi.

Nelle viuzze, vichi e monumenti
costante l’attenzion per il paese
vedo sí ch’ogn’imago è ammonimento
a quei cui di venir la voglia accese.

Tra verdi aiuole il candido viburno
coi petali suoi spicca e il suo candore
di luminìo cosparge l’aer notturno
sí che d’intorno splende il suo lucore.

E poi i palazzi, i resti del castello
storia raccontan plurisecolare
di un abitato che si fa ancor bello
dell’operar dell’artigian locale.

Ma quando in su fra terra e cielo ascendo,
l’un vedo e l’altro mar che alla marina
battono sotto zefiro con l’onda
e del Poeta l’armonia divina

odo, che al cuor mi parla e all’aure canta
in dolci note e ogni nervo affranto
ristora. Questa terra quivi vanta
l’arrivo di Odisseo d’onda franto.

Lapideo volto raffigura Ulisse
che volge il guardo all’uno e all’altro mare,
fuggito a stento a perigliose risse
d’onde e aggrappato infine a sponde care,

ove trovato avrebbe braccia amiche,
pronte a l’accoglier naufrago romito
in regal pompa, dopo che le antiche
sventure il re da lui avrà udito.

Di questa ed altre storie fa dispensa
giovane esperta guida, che i segreti
ci svela in narrazione ricca e intensa,
rendendo edotti noi di fatti ignoti.

Pare l’aedo antico in lauta mensa,
che sa e narra, anzi canta e intona
d’eroi le imprese in forma forte e densa
sí ch’ esse in uditor si fanno icona.

Allor mi volgo al càlabro viandante
e dico: <
u’ dei Feaci ognun fu navigante:
giva col remo ognor di terra in terra.

“Cinquanta il re servono ancelle: l’une
sotto pietra ritonda il biondo grano
frangono; e l’altre o tesson panni, o fusi
con la rapida man rotano assise,
movendosi ad ognor, quali agitate
dal vento foglie di sublime pioppo.
Splendono i drappi a meraviglia intesti,
come se un olio d’òr su vi scorresse.
Poiché quanto i Feaci a regger navi
gente non han che li pareggi, tanto
valgon tele in oprar le Feacesi,
cui mano industre più che all’altre donne
diede Minerva e più sottile ingegno.
Ma di fianco alla reggia un orto grande,
quanto pônno in dí quattro arar due tori,
stendesi, e viva siepe il cinge tutto.
Alte vi crescon verdeggianti piante,
il pero e il melagrano, e di vermigli
pomi carico il melo, e col soave
fico nettàreo la canuta oliva.
Né il frutto qui , regni la state o il verno,
père o non esce fuor: quando sí dolce
d’ogni stagione un zefiretto spira,
che mentre spunta l’un, l’altro matura.
Sovra la pera giovane e su l’uva,
l’uva e la pera invecchia, e i pomi e i fichi
presso ai fichi ed ai pomi. Abbarbicata
vi lussureggia una feconda vigna,
de’ cui grappoli il sol parte dissecca
nel più aereo ed aprico, e parte altrove
la man dispicca dai fogliosi tralci,
o calca il piè ne’ larghi tini: acerbe
qua buttan l’uve i redolenti fiori,
e di porpora là tingonsi e d’oro.
Ma del giardino sul confin tu vedi
d’ogni erba e d’ogni fior sempre vestirsi
ben culte aiuole, e scaturir due fonti
che non tacciono giammai: l’una per tutto
si dirama il giardino, e l’altra corre,
passando del cortil sotto alla soglia,
sin davanti al palagio; e a questa vanno
gli abitanti ad attingere. Sí bella
sede ad Alcinoo destinaro i numi”.

Se Ulisse qui posò fra tanti affanni
e sí cantò il Poeta questa terra,
felici allor per te scorrono gli anni,
Càlabro, cui dà i frutti questa terra

e nutre e diè natali fortunati:
il sol ti scalda, primavera in fiore
regala vasti campi profumati,
ti abbraccia il mar, t’allegra il bosco il cuore

col canto ritmato d’usignoli,
con lo stormir di foglie e degli armenti
belar, che i cacciatori giammai soli

lascian sicché il vagar li fa contenti>>.

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