L’urlo è nemico della riflessione


di Franco Pedatella

L’urlo è nemico della riflessione,
l’estremo opposto di argomentazione,
capace sol di muovere gli istinti,
che non conducon l’uomo a buon consiglio

ch’è natural compagno alla politica.
Questa assume serie decisioni
con grave soppesare le opinioni
e vero valutar le situazioni

che son cangianti oppure durature
perché legate alle persone o ai fatti.
Italia, sento invece nel tuo corpo
urla agitare a te le vene e i polsi,

sconce parole a te abbrutir la lingua,  
scossoni e moti bruschi a te ferire
le carni delicate a te plasmate
da bella tradizion del tuo passato.

Stavi sicura dentro i tuoi confini
sotto romana legge quietamente  
tu, bella terra, che nel mar ti stendi
dall’Alpe al Canale di Sicilia.

La Grecia lo splendor ti avea donato
con templi, lingua, spirto di avventura,
coi bei commerci, vita raffinata,
le prime forme di democrazia.

Roma l’architettura degli Etruschi
aveva esteso al piano, monti e valli,
e i riti di quel popolo civile;
pure la forma di governo pria,

che ripetéa la prima monarchia,
modello di governo duraturo,
avéa ripreso da quel ceppo umano.
L’italica cultura avéa impregnato 

di sé la vita scenica dell’Urbe,
sicché potrebbe dirsi con ragione
che la città con merito ed onore 
fece di tre culture un sol modello. 

Ti féan corona le isole che il mare
ti avéa levato intorno in bell’abbraccio,
quasi avamposti per le dolci spiagge,
donde scoprire l’oste e stare all’érta.

A nord l’alpestre muro e le sue cime
levate al ciel facevano barriera
a venti, ghiacci, neve e orribil gente
che con mala intenzion venir volesse,

fin che scabrose genti e primitive,
da tue cittadi attratte e colti campi
da alberi frugiferi coperti,
quel monte non varcâro e dilagâro 

al pian portando strage e divisione.
Ferîrti al cuor, succhiarono il tuo sangue,
di fertili campagne fêr deserto,
spogliâro i templi, prêser gli ornamenti. 

Ove regnâr la pace ed il progresso,
guerre portâro e alzarono castelli
da cui recare offese fratricide
o ripararsi da fraterni furti.

Fecero di una terra mille regni 
l’un contro l’altro in eterna guerra,
ch’ebbe bisogno a volte del sostegno
di altri invasori nuovi e nuovi furti.

Ma la tua gente si sentiva figlia
di quella gloria datale da Roma
e ad essa si rifece e l’Umanesimo
creò e l’arte del Rinascimento

in splendide città ch’eran risorte
con bei palazzi, monumenti ed are,
con pensatori nuovi in arti e scienze,
con l’opera immortal di letterati.

Per riscattar da chi ti avéa divisa
la terra che una fêro i monti e il mare,
facesti poi il Risorgimento
e il pianto a madri, a padri e spose desti.

Crüenta Guerra di Liberazione
col sacro sangue partigiano tolse
dal petto a te il germanico calcagno
e fé di te Repubblica Italiana.

Ora il tornar di giorni bui io temo,
ché la ragione e l’arte mute veggo,
la sana riflessione dileggiata,
ragione aver chi strepita e più grida.

E se poi l’urlo  è pure più volgare  
o quel che dice è fuori d’intelletto,
è più gradito a un popolo d’ ignavi 
che ormai di sé non ha più cognizione.


Lévati, Italia, sorgi dal torpore,
nel quale incantatori ti han sopita,
e mostra al mondo la natura vera
onde si forma e cresce la tua gente!

Cleto, 9 marzo 2013

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