Un libro sulla Piana di Gioia Tauro


Un autentico romanzo criminale, di Francesco Forgione, edito da Dalai, recensito da Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera.

Di Gaetanina Sicari Ruffo
Il caso Gioia Tauro già si propone a livello nazionale, come un autentico rebus che segna un particolare distinguo tra tutti i comuni italiani. Luogo di alta criminalità senza scusanti, è anche  uno dei più importanti scali del Mediterraneo o meglio avrebbe voluto essere, se non si mettessero di traverso loschi affari che ne intralciano lo sviluppo a livello legale. In questo senso non decollerà mai, perché, come detto dall'autore, giornalista ed ex deputato che è stato pure parlamentare antimafia tra il 2006 e il 2008, vi predomina  la 'ndrangheta, un' organizzazione che, secondo le statistiche compilate negli USA, per pericolosità viene dopo Al Qaeda, i ribelli curdi ed i neotrafficanti messicani.

Data la sua competenza in materia, Forgione non asserisce tutto ciò perché convinto dell'invincibilità dell'organizzazione, bensì perché vuol farla conoscere a quanti ancora la ignorano e la sottovalutano. Simile ad un mostro a sette teste, compare anche dopo che ne siano state tagliate alcune e bisogna continuare a combatterla con tutte le strategie a disposizione, compresa Internet che per alcuni appare come un gioco ed invece è divenuto uno strumento d'informazione potentissimo e rapido. Le continue scoperte di merce illecita che passa per il porto, costellato da container, sta a dimostrare che nulla è cambiato nella selva di intrighi commerciali ed affaristici che lì si è costituito, anche se giovani donne trovano il coraggio di ribellarsi ai dictat familiari vecchio stampo. Antico e moderno si mescolano e di nuovo c'è solo la persistenza con cui le forze dell'ordine continuano a monitorare una giustizia che  appare  difficile da  mantenere. Michele Prestipino, procuratore aggiunto antimafia di Reggio Calabria, spiega questo fenomeno d'inquinamento non con l'infiltrazione  delle cosche in un tessuto sano, ma come la partecipazione diretta  delle cosche alla costituzione del porto, secondo un patto politico-affaristico d'investimento  in import ed export. Tramite il porto si arriva a fare affari illeciti in Cina, Sud America e così via. Ecco perché arrivano ingenti carichi, l'ultimo qualche settimana fa, di cocaina e di capi d'abbigliamento falsamente griffati. Lo dicono pure  le intercettazioni, registrate qualche tempo fa,  di amici dei Piromalli in comunicazione con il Venezuela che orgogliosamente spiegano:
«La Piana è cosa nostra. Il porto di Gioia Tauro lo abbiamo fatto noi, insomma!  La politica bisogna saperla fare... In Calabria, o si muove sulla Tirrenica o si muove sulla Ionica  o si muove al centro, c'è bisogno di noi».
Come dire: siamo universalmente presenti e vincenti. Questa è la realtà che bisogna tener presente.

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