Ordine: ha ancora un senso la divisione professionisti-pubblicisti?

di Francesco De Vito - 8.01.2012 
Nella discussione aperta nell’Ordine dei giornalisti su come far fronte alla riforma delle professioni, quello che più sorprende è l’idea di cercare di cambiare il meno possibile. Si rincorrono molte domande. L’esame di Stato quale presupposto senza il quale non si ha una professione regolamentata vale anche per i giornalisti? La ghigliottina che dal 13 agosto abrogherà le norme che contraddicono i decreti del governo Berlusconi prima e del governo Monti poi si applica anche a quelle che non prevedono l’esame di Stato? O solo, come sostiene il presidente del Cnog Enzo Iacopino, ai punti elencati da a) a g) del comma 5 del decreto n. 201 del 2011? Una discussione seria, che non avesse come riferimento la conservazione degli equilibri interni della rappresentanza dei giornalisti, partirebbe da ben altre domande. Per esempio: la riforma delle professioni può essere l’occasione di una autoriforma che faccia dell’Ordine dei giornalisti un organismo, pur nella sua specificità, più simile a quelli delle altre professioni? Dalla risposta a questa domanda dipende se la riforma si farà con un contributo determinante dei giornalisti, oppure verrà imposta dalle burocrazie ministeriali, talora con disposizioni insensate.
Un esame del genere dovrebbe partire da una ricognizione su qual è oggi la realtà dell’Ordine. Secondo una recente ricerca di Lsdi (Libertà di stampa, diritto all’informazione) gli iscritti, escludendo Elenco speciale e giornalisti stranieri, superano quota centomila. Nel solo 2010 erano cresciuti di 1.564 unità. I professionisti erano 27.544 (27,4 per cento), i pubblicisti poco meno di tre volte tanto, 71.035 (70,7 per cento), i praticanti 1.908 (1,9 per cento). In totale, 100.487. Degli oltre centomila iscritti, 19.885 avevano un rapporto di lavoro subordinato, 25.011 erano autonomi o parasubordinati. Nel settore del lavoro subordinato i professionisti erano 16.193, tra i pubblicisti 3.348 erano lavoratori subordinati e 19.428 svolgevano solo lavoro autonomo. Quasi 50mila pubblicisti non denunciavano redditi da lavoro giornalistico. La realtà degli iscritti è fatta quindi di professionisti, di un terzo di pubblicisti che svolgono lo stesso lavoro dei professionisti e di due terzi di pubblicisti che o non svolgono lavoro giornalistico o lo fanno in maniera non retribuita, figura che anche l’ordinamento attuale non contempla. Arriviamo così a quello che potremmo definire, mutuandolo dai giochi a premi, il domandone. Ha ancora senso una distinzione tra professionisti e pubblicisti che svolgono il loro stesso lavoro? Qualcuno, nell’Ordine, se l’è posto. Antonella Cardone, consigliere nazionale eletta a Milano, ha invitato a fare della riforma delle professioni “l’occasione per qualificare meglio la categoria”. L’Ordine regionale della Toscana si è chiesto “come far transitare tanti pubblicisti, che questa professione la svolgono come attività principale ed esclusiva, tra i professionisti”. In particolare il presidente della Commissione ricorsi Michele Partipilo ha redatto una bozza che contiene soluzioni equilibrate. Prevede che nei prossimi cinque anni quel terzo di pubblicisti che abbiano il requisito dell’esclusività professionale e frequentino un corso di formazione possano accedere all’esame di idoneità professionale, che una pronuncia del Consiglio di Stato equipara all’esame di Stato. Gli altri pubblicisti resterebbero iscritti in un elenco ad esaurimento ed avrebbero diritto fino al 2024 ad un terzo della rappresentanza nei Consigli regionali e nel Consiglio nazionale. La stessa proporzione prevista dall’ordinamento attuale. I diritti acquisiti verrebbero così pienamente rispettati. Ma i rappresentanti dei pubblicisti hanno definito quella bozza un “colpo di teatro”, una “barzelletta”, e non si è potuto avviare alcun dibattito. Se ne riparlerà nella prossima sessione del 18, 19 e 20 gennaio, in un clima che è facile prevedere incandescente. La ragione di questa levata di scudi è presto detta. L’ordinamento attuale prevede tra professionisti e pubblicisti una rappresentanza negli organismi di due a uno. Nei Consigli regionali la norma è stata rispettata. Ma nel Consiglio nazionale, con una crescente e non sempre giustificata iscrizione di pubblicisti, il meccanismo è saltato e la rappresentanza è diventata quasi paritaria con i professionisti. I pubblicisti sono perciò determinanti nella definizione degli assetti interni, a cominciare dalla presidenza. Se questo nodo verrà sciolto (ma al momento non si riesce a immaginare come, anche perché il 2013 sarà di rinnovo degli organismi dell’Ordine) le altre soluzioni imposte dai decreti governativi potrebbero risultare piuttosto semplici. Il passaggio più delicato sarà quello delle sanzioni disciplinari. L’Ordine dovrà rivendicare a sé l’elaborazione delle regole deontologiche. I Consigli di disciplina prospettati dai decreti governativi sarebbe opportuno che cambiassero denominazione, per indicarli meglio quali organismi incaricati di sanzionare chi viene meno ai principi deontologici. Che siano poi organi ristretti presieduti da un magistrato e nei quali i rappresentanti dei giornalisti abbiano la maggioranza potrebbe accelerare i procedimenti ed evitare gli ulteriori tre gradi di giudizio, che portano spesso all’annullamento della sanzione per scadenza dei termini. Purché coloro che saranno chiamati a rappresentare i giornalisti siano persone preparate che svolgano con rigore il loro compito. Più complesso appare, invece, il problema della formazione permanente, che è il terreno sul quale il nuovo Ordine dovrà maggiormente qualificarsi. Occorrerà inventare regole e strumenti, sia a livello nazionale che territoriale, completamente nuovi.

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