Il decreto “Salva Italia” cancella i pubblicisti? Il presidente nazionale del Gus sul dilemma del momento: “Per la Costituzione noi giornalisti siamo tutti uguali”

di Gino Falleri (presidente nazionale Gruppo Uffici Stampa)
ROMA – Pubblicisti no, pubblicisti sì. E’ il dilemma del momento e se lo pongono in molti per le interpretazioni che circolano a seguito delle tre manovre che il governo Berlusconi prima e quello Monti poi hanno approntato e fatto approvare dal Parlamento per mettere in ordine i conti di un paese che da decenni spende più di quanto produce. Lo andava già dicendo negli anni Settanta Ugo La Malfa, considerato una specie di Cassandra. Oggi non solo navighiamo in un oceano di debiti come affermava il parlamentare repubblicano, il debito pubblico è salito a quota 1910 miliardi, ma in un oceano con mare forza 10.
A creare il dilemma è stato il quinto comma dell’articolo 3 del decreto legge 138, la seconda manovra del governo Berlusconi, nella parte in cui si statuiva di dare corso alle liberalizzazioni ripreso dal “Salva Italia” con ritocchi ed aggiustamenti. Le riforme a costo zero. Anche gli ordini professionali dovevano essere rivisitati e liberati da norme restrittive per dare così slancio all’economia. Alla crescita che finora non c’è stata, senza dimenticare le non poche risorse che sotto varie forme vengono convogliate al sistema produttivo. Contributi pubblici che vanno pure all’industria della notizia mentre in Germania, come peraltro nei paesi anglosassoni, non sono previsti. Noi siamo un Paese con molte concessioni e costumi differenti dal resto dei paesi dell’Unione e per questo la Merkel non ci ama.
Ebbene in quel comma c’è un inciso, con il quale si afferma “fermo restando l’esame di Stato di cui all’articolo 33, quinto comma, della Costituzione per l’accesso alle professioni regolamentate”, che ha portato all’immediata conclusione che i pubblicisti siano destinati a scomparire poiché non sostengono un esame di Stato per accedere all’albo.
E’ quanto circola su internet, con le immancabili imprecisioni e il non rispetto della Carta dei doveri del 1993, che vuole che il giornalista sia il responsabile della corretta informazione.
Secondo le interpretazione, la reale portata del passo dovrebbe essere lasciata ai cattedratici di diritto e ai giudici di merito, nonché a chi della legge fa la propria professione, dovremmo essere alle ultime battute dell’esistenza di una categoria professionale, che ha preso corpo e notorietà fin dai tempi di Honoré de Balzac. Non molto apprezzata fin dall’inizio dell’altro secolo, la cartina di tornasole è il Bollettino edito dalla Fnsi. Comunque finora ha fornito un sostanziale contributo all’affermazione del diritto di informare ed al corrispondente di essere informati.
L’eventuale cancellazione si tradurrebbe anche in un deficit di democrazia mentre è incomprensibile l’assordante silenzio di una istituzione e la posizione che stanno assumendo alcuni consiglieri nazionali professionisti che fanno riferimento ad Autonomia e Solidarietà, sempre pronta a difendere i più deboli ed in tutte le latitudini. Non mascherano la loro posizione. La riunione del 10 gennaio tenuta nella sede del Consiglio nazionale docet.
Berlusconi, Monti e Tremonti hanno messo mano, soprattutto il secondo, ad un provvedimento legislativo lacrime e sangue per i soliti noti, senza tagliare l’infrenabile spesa pubblica e i costi della politica quanto mai eccessivi. Tuttavia per averne una idea è sufficiente leggere gli articoli o i libri di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella. Per conferire slancio all’economia, imbrigliata come è da lacci e laccioli e frenata da una miope macchina burocratica, è stato ripreso il tema delle liberalizzazioni, già proposto a suo tempo da Bersani, che dovrebbe riguardare farmacie, notai, benzina (giunta alle stelle per i balzelli imposti), poste ed ordini professionali, che hanno finora costituito un patrimonio culturale di notevole caratura.
I provvedimenti legislativi si adottano se forniscono risultati o per riformare quello che non va. Allo stato attuale non è dato di sapere quali impulsi e risultati potrà dare all’asfittica economia nazionale la liberalizzazione degli ordini professionali. La risposta è nelle carte dei professori insediati a Palazzo Chigi. Comunque la liberalizzazione degli ordini, con l’abolizione dei minimi tabellari è un duro colpo alla Carta di Firenze e l’inciso che divide le opinioni è stato suggerito dagli stessi ordini professionali e ha una sua ratio.
E’ negli emendamenti presentati e ritirati nella prima manovra dalla Finocchiaro, dallo stesso Tremonti ed altri. Miravano a sopprimere l’esame di Stato, che può essere cancellato solo da una legge costituzionale. Gli iscritti nell’elenco professionisti non lo sostengono poiché per loro la legge 69/63 prevede solo e soltanto un esame di idoneità intra moenia e per accedervi è sufficiente il titolo di studio di secondo grado. Lo stesso che viene chiesto per chi nella Pubblica amministrazione vuole accedere alla carriera di concetto, quella dell’area B. Per completare il quadro è opportuno ricordare che se si è sprovvisti supplice un esame sempre intra moenia. Con poche ore si superano otto anni di studio e un parere del Consiglio di Stato, vecchio di dieci anni, non equivale ad una pronuncia del giudice di merito.
Sul dilemma pubblicisti no pubblicisti si, si inserisce una lettera dell’avvocato Maurizio de Tilla, consigliere nazionale dell’Ordine, inviata al presidente Iacopino che fornisce una lettura più puntuale, appropriata e non allarmistica. Comunque con i “professori”, che non rispondono al corpo elettorale, qualche precauzione è prudente adottarla ed avere soluzioni alternative.
Una di queste potrebbe essere la costituzione dell’albo dei pubblicisti con un suo consiglio. Potrebbero anche esserci iniziative della Cgil e Cisl, sensibili come sono alle istanze dei pubblicisti. E’ anche vero che i rappresentanti di Autonomia e Solidarietà nella indicata riunione hanno prospettato una loro soluzione: quella di far transitare nell’altro elenco quei pubblicisti che lavorano a tempo pieno e non sono riusciti a farsi riconoscere il praticantato.
Non tiene conto di quanto ha riportato l’indagine di LsDi, l’agenzia di Pino Rea, e che Tabloid di novembre/dicembre 2011, il mensile dell’Ordine di Milano, ai suoi contenuti ha riservato molto spazio. I garantiti sono sempre gli stessi, Rai e grandi testate, ed il lavoro autonomo non rende: 6 su 10 ha un reddito inferiore a 5.000 euro all’anno e non è corretto alimentare le illusioni. Anche la Rai è nell’agenda. Se si dovesse seguire lo stesso metodo che adottano i francesi, uno su tre non avrebbe la tessera.
L’informazione per la società contemporanea è un bene inalienabile. Tuttavia potrebbe essere utile chiedersi, proprio per il ruolo sociale che il giornalista assolve, se le istituzioni della professione seguano precetti, regole e sentenze come il giornalista chiede a chi ci rappresenta. Per l’articolo 3 della Costituzione siamo tutti uguali ed autonomia significa anche rispetto.

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